venerdì 12 gennaio 2018

Storia della moda nel XX secolo. Lezione 29. PANTALONI, IL GRANDE FURTO




"Per una società la condizione della donna è la misura del suo grado di civiltà"
Karl Marx




Non vi racconterò per intero la vera e propria storia dei Pantaloni ma affronterò la ben più interessante questione dell'introduzione di questo lungamente discusso capo di abbigliamento nell'armadio di noi donne.
Per darvi un breve cenno storico introduttivo direi solamente che i pantaloni sono nati più di duemila anni fa ed erano inizialmente utilizzati dalle popolazioni nomadi delle steppe euroasiatiche, a quanto pare indossati sia da uomini che da donne. 
Sembrerebbe invece che nelle antiche società occidentali si ritenesse l'uso dei pantaloni da parte delle donna un tentativo intollerabile di appropiarsi di privilegi e prerogative squisitamente maschili e per questo motivo in Europa i pantaloni faranno ufficialmente il loro ingresso nel guardaroba femminile solo nel XX secolo. 


Fino agli inizi del 1800 l'abbigliamento femminile era infatti simbolo di una condizione che vedeva la donna appartenere all'uomo, costretta ad un' esistenza subordinata e austera. Le cose cominciarono a cambiare verso la metà del secolo quando in America si manifestarono i primi movimenti per l'emancipazione femminile. Le donne iniziarono a rivendicare il proprio ruolo sociale, il diritto al voto e il desiderio di realizzarsi nel lavoro e non solo nella famiglia, e i "calzoni" divennero il simbolo della rottura con un passato fatto di abiti tradizionali ormai scomodi e inadatti ad una quotidianeità più libera e attiva che le donne desideravano di inziare a vivere. Durante quegli anni nacque così il primo modello di pantaloni per signora, che prendevano ispirazione dall'abbigliamento tipico delle donne turche. Furono chiamarti Bloomers, dal nome dell'attivista e scrittrice americana Amelia Bloomer. Questa donna coraggiosa sperimentò in prima persona l'uso di un nuovo tipo di abito, esortando tutte le donne a imitarla, ma l'opinione pubblica reagì gridando allo scandalo. 




Gli indumenti da lei proposti erano tutto sommato pudici, una tunica al ginocchio sotto cui spuntavano ampi pantaloni allacciati alle caviglie, ma non riuscirono comunque ad affermarsi davvero in Europa, dove le donne più coraggiose che osavano indossarli erano bersagli di insulti anche pesanti. L'abito della Bloomer venne accusato di attaccare le basi della società; i giornali satirici si riempirono di vignette in cui donne in pantaloni comandavano a bacchetta uomini in abito lungo. Chiaramente escluse dalle chiese le sostenitrici della riforma dell'abbigliamento dovettero aspettare ben due generazioni per riuscire ad essere accettate. L'attentato alla moda contemporanea si rivelò così un fallimento perchè troppo prematuro.
In Europa i pantaloni non furono quindi inzialmente tollerati tranne nel caso di donne che facessero un mestiere da uomo. In Inghiltera le attività di estrazione erano all'epoca abbondanti e ben pagate, donne forti e intelligenti non esitarono a scandalizzare il perbenismo vestendosi da uomo e affrontando mansioni molto faticose ma assai redditizie. Le ragazze che scavavano nelle miniere di Carbone di Wigan furono le prime ad indossare i pantaloni per compiere il loro pericoloso e sporco lavoro, affiancate dalle cercatrici d'oro e dalle mandriane dei ranch in America.
Sarà il successo di massa dello sport e delle attività fisiche, come l'alpinismo o il ciclismo, a riuscire ad addolcire le norme proibizioniste allargando definitivamente l'uso dei pantaloni nella ricerca di maggiore comodità e naturalezza. Tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento lo sport diventò attività comune, insieme a viaggi e vacanze, richiedendo indumenti adatti alle situazioni in cui il corpo si doveva muovere liberamente e chiaramente i pantaloni erano l'abbigliamento ideale.
Arrivarono poi gli anni '30 e alcune celebrici attrici iniziarono ad indossare volentieri i pantaloni democratizzando così, se pur lentamente, un capo maschile anche per le donne ordinarie. Tra tutte Marlene Dietrich impose l'immagine di una donna androgina, sensuale e sfacciata. Un aneddoto curioso racconta che nel 1931 il sindaco di Parigi chiese alla famosa attrice di lasciare immediatamente la città dopo che fu vista passeggiare per le strade del centro in abiti maschili.



Ci vollero però i due terribili conflitti mondiali per rendere i pantaloni un'abitudine. Mentre gli uomini erano al fronte la popolazione femminile fu chiamata a sostituirli al lavoro nelle fabbriche, nei campi, negli uffici e negli ospedali e nel dopoguerra i pantaloni diventarono un capo di tendenza accettato anche per il giardinaggio, la spiaggia e altre attività di piacere. Insomma fu un percorso lento fatto di piccole conquiste ma quando si arrivò, esattamente cento anni dopo i primi movimenti femministi americani, a riconoscere l'uso dei pantaloni per la donna senza pregiudizi e accettandoli per ogni occasione, questo influenzò profondamente la mentalità femminile.
Verso la metà degli anni Sessanta circa il 50 per cento delle signorine e signore inglesi, ma anche di quelle francesi, indossava i pantaloni. La marcia trionfale dei pantaloni procedette quindi a rilento quanto l'emancipazione. Concluderei questo post citando una legge in vigore in Francia nel 1800 per la quale chi voleva vestirsi come un uomo doveva presentarsi alla stazione di polizia e chiedere personalmente l'autorizzazione e ricorderei a tutte che una legge che vieta l'uso di indossare i pantaloni alle donne, in quanto ritenuti un capo d'abbigliamento indecente, è ancora valida in Sudan, dove la colpevole viene punita con quarante colpi di frusta. 













LIBRI

Pantaloni & co collana"Il novecento, storie di moda" Vittoria de Buzzaccarini, Zanfi Editori

Women in Pants: Manly Maidens, Cowgirls, and Other Renegade
Catherine Smith e Cynthia Greig
Traces the history of the tradition of women wearing pants, providing accounts and photographs from the 1850s to the 1920s.


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