domenica 14 febbraio 2021

Storia della moda nel XX secolo. Lezione 43: I blue Jeans


Amato ed indossato da tutti, universale e sempre di tendenza, il denim è un tessuto che è ormai diventato un must have nel guardaroba di ognuno di noiPer ricostruire la storia del denim o tela jean dobbiamo fare un enorme passo indietro di qualche secolo e arrivare circa al 1400, quando in alcune città europee si inizia a produrre un fustagno ruvido e molto rigido. Pare che in Italia, più precisamente in Piemonte, si producesse un fustagno di color indaco, di qualità media e di prezzo accessibile, che incrociava una trama di cotone proveniente dalla Turchia con un ordito che poteva essere di lino o di canapa, fibre che venivano coltivate nelle nostre pianure; robusto ed economico veniva utilizzato per realizzare i sacchi per le vele delle navi e per coprire le merci nei porti. In seguito, proprio al porto di Genova, si decise di provare ad utilizzare questo tessuto per confezionare le divise dei lavoratori portuali, i Camalli, gli scaricatori di porto, i quali erano alla ricerca di un materiale resistente, in grado di soddisfare il loro bisogno di muoversi agilmente e soprattutto di non bagnarsi. 

Camallo

Il lavoro forse più antico legato al porto di Genova è quello  del  “camallo”.
I camalli erano i faticatori del porto che, grazie alla loro  abnegazione ed indubbia forza fisica, quando ancora le macchine non erano presenti ad agevolare le fatiche dell’uomo, provvedevano a spalla al trasferimento delle merci dalla stiva della nave alle banchine per essere in seguito spedite con  i  carri a destinazione.
Il termine camallo avrebbe origine dalla parola araba  “hammal”, letteralmente faticatore a spalla.  
http://www.comune.genova.it/content/camallo)













Ma come si deve chiamare quindi quel fustagno per essere corretti, denim o tela jean? I  due termini oggi sono sinonimi e fanno riferimento ad un unico oggetto, il pantalone taglio jeans, ma  in passato si riferivano a due tipi di tessuto simili ma con caratteristiche strutturali differenti. Secondo alcune versioni il termine inglese “blue jeans” deriva dal termine francese “bleu de Gênes , che in italiano sarebbe “blu di Genova”, indicando quindi il fustagno che veniva prodotto in Piemonte; si diffuse l'utilizzo di questo termine quando, nella seconda metà del Cinquecento, l’Inghilterra importava grandi quantità di questo fustagno dall’Italia. Mentre l'origine del termine denim deriva da "tela de Nimes”, che indica la città francese Nîmes, dove veniva prodotto un tessuto simile ma con una armatura diversa, particolare per  la sua trama diagonale, tipo di tessitura visibile grazie alle diverse tonalità della trama e dell’ordito, infatti l’ordito era blu, mentre la trama era bianca.


Camalli del porto al lavoro 

Nella seconda metà dell’800 i due tessuti sbarcano in America e la loro strada si interseca e si fonde, ed è qui che inizia la storia dei Blue Jeans, attraverso le intuizioni e le continue innovazioni dei tre grandi brand pionieri, Levi's, Wrangler e Lee, la quale produzione coinciderà fino agli anni Cinquanta con l'intera produzione mondiale. 


Si tende a far coincidere la nascita dei Blue Jeans con il 20 maggio 1873, quando l'ufficio brevetti americano attribuisce a Levi Strauss e Jakob Davis il diritto di produrre in via esclusiva dei pantaloni rinforzati da rivetti di metallo. 

Jakob Davis era un sarto, confezionava giacche e pantaloni che venivano indossati per svolgere lavori pesanti, ed era alla ricerca di un modo per evitare che si lacerassero facilmente in corrispondenza delle tasche e del cavallo. Gli venne l'idea di applicare dei rivetti di rame in corrispondenza dei punti deboli per rinforzarne le cuciture e questa si dimostrò una innovazione straordinaria che diede vita ad un capo che rispondeva finalmente alle esigenze dei lavoratori impiegati nelle miniere e nelle fabbriche. Non disponendo del denaro necessario per deporre il brevetto, chiese a Levi Strauss, suo rivenditore di tessuti, di aiutarlo. 

Levi Strauss era un commerciante all'ingrosso di San Francisco, trasferitosi nella West coast per sfruttare le enormi opportunità che offriva il business della ricerca dell'oro. Il suo negozio vendeva tutto quello che poteva servire ai ricercatori, abiti adatti, attrezzature, generi alimentari, e gli affari gli andavano a gonfie vele e chiaramente non si fece perdere l'occasione. 




Nacque quindi il primo modello di Levi's, gli XX, con doppia cucitura sulle tasche e con l' etichetta di cuoio cucita sul retro. Intendiamoci, i pantaloni che venivano confezionati in quel periodo sono in realtà molto diversi da quelli che utilizziamo noi oggi: si chiamavano Waist overalls ed erano di colore marrone chiaro, confezionati con il tessuto denim ma piuttosto leggero, in quanto andavano indossati sopra i propri indumenti per proteggerli sul luogo di lavoro.


Il logo con i due cavalli che che corrono in direzioni opposte, nel tentativo di strappare un paio di pantaloni


Inizialmente Levi Strauss riforniva la rete degli empori che sorgevano nelle città minerarie della california, ben presto intuì che i classici metodi artigianali per confezionare gli indumenti non erano più adeguati ai ritmi di crescita della nuova società e propose un sistema di manifattura in serie che garantiva prezzi bassi e grandi volumi di produzione.


Il successo dei Levi's fu tale che ben presto il mercato cominciò ad affollarsi di concorrenti, ma tra i molti solo due produttori riuscirono ad affermarsi, e furono appunto Wrangler e Lee. Nel giro di un ventennio il mercato americano del jeans venne ripartito in tre parti: Wrangler si affermò negli Stati del Nord, Lee nel Middle West, mentre Levi's continuava a controllare il mercato degli Stati del Sud.

Henry David Lee decise di entrare nel promettente settore dell'abbigliamento nel 1911 dopo essersi arricchito con la distribuzione di generi alimentari. Si rese conto che c'era tutta una fetta di possibili clienti da raggiungere e iniziò a vendere capi d'abbigliamento, e in seguito anche a produrre, tra i mandriani e i contadini. La sua azienda diventerà famosa in brevissimo tempo, grazie alle continue novità: le sue due più importanti invenzioni sono state le Bill Overall, cioè le salopette, e le Union-All, le tute da lavoro che coprivano completamente il corpo del lavoratore; la loro diffusione fu impressionante, perchè erano adatte a qualsiasi tipo di lavoro pesante, proteggendo da capo a piedi i vestiti dei lavoratori, che non si rovinavano, non si sporcavano e non si rompevano. Durante la Prima guerra mondiale Lee divenne fornitore dell'esercito e nello stesso periodo fece una cosa che nessuno nel settore dell'abbigliamento aveva mai fatto prima, lanciò una campagna pubblicitaria su un quotidiano che veniva distribuito in tutti gli Stati Uniti, affermandosi come il più grande produttore di abiti da lavoro dell'intero paese.



La storia di Wrangler è un po' diversa perchè, a differenza degli altri due brand, non prende il nome dal suo fondatore. Il creatore fu C.C.Hudson, un ragazzo del Tennessee, che aprì un'azienda, la Hudson Overall Company che produceva inizialmente solo tute da lavoro. Il suo successo fu rapido, tant'è vero che circa vent'anni dopo venne acquisita da una grande azienda del settore del Kentucky, a cui va il merito nel 1936 di diffondere un'altra importantissima innovazione, la sanforizzazione.
L'azienda assunse il nome che tutti noi conosciamo solo nel 1943, quando ormai si era più volte ingrandita fondendosi con altre aziende del settore, diventando uno dei più grandi colossi nella produzione dell'abbigliamento in denim, assumendo un importante ruolo nella produzione di jeans per cowboy. In inglese il termine Wrangler significa “attaccabrighe” ma nell'americano del West indicava appunto il cowboy in azione. 


Nonostante la loro enorme diffusione grazie alle tre grandi aziende del denim, fino alla fine degli anni Venti i jeans non vennero mai concepiti come un capo che si sarebbe potuto indossare nel tempo libero; overalls e Union-All erano solo indumenti da lavoro. Con il crollo di Wall Street del '29 e la successiva Grande depressione l'America fu colpita da una delle più grandi crisi di tutti i tempi, e i vestiti da lavoro diventarono l'abito simbolo di un paese che si rimboccava le maniche per combattere la povertà. Il jeans si trasformò in un capo d'abbigliamento per il tempo libero indossato da tutti, le persone iniziarono ad utilizzare vestiti casual e l'abbigliamento diventò sempre più informale e meno ordinato.

      

La crisi economica non risparmiò nessuna classe sociale e fu così che ricchi e poveri, alla ricerca di nuovi stimoli e offerte di lavoro, o anche solo per passare le vacanze, non avendo più la possibilità di intraprendere viaggi più costosi oltreoceano, iniziarono a viaggiare verso la California, Il Colorado, il Nevada, il Wyoming e il Montana e lì ad aspettarli c'era il selvaggio West con i suoi Ranch, pieni di cowboy e di pistoleri . Chiaramente stiamo parlando di uno stereotipo ben costruito dal cinema di Hollywood, ma il risultato fu unico ed enorme: tutti volevano indossare i jeans e i giubbotti in denim come i mandriani.
I Dudes, cioè i cittadini come venivano chiamati dai cowboy, tornavano dalle vacanze indossando i capi dello stile western, che divenne nelle strade di New York e Boston una vera e propria moda.





Nel 1931 l'azienda Lee introdusse nel mercato un altro nuovo capo in denim, che fino agli anni Settanta rimase uno dei pezzi più importanti di tutta la storia del brand, la Storm Rider Jacket, ovvero la giacca per coloro che cavalcavano nelle tempeste: chiaramente in tessuto denim ma foderata di lana all'interno e con colletto di velluto a coste.

Il 1934 fu un anno importantissimo in casa Levi's perchè venne finalmente introdotto sul mercato il primo paio di jeans per donne: il 
Lady Levi's 701. Levi's fece una mossa audace riconoscendo la necessità per le donne di indossare pantaloni pratici e robusti molto prima che la maggior parte dei marchi decidesse di riconoscere che le donne avessero due gambe. Fino agli anni Trenta i pantaloni da donna erano ritenuti socialmente inaccettabili per la maggior parte delle situazioni e chi era in cerca di pantaloni denim di lunga durata e praticità doveva accontentarsi di prenderli in prestito dall'armadio maschile. I Lady Levi's erano in stile western, in tessuto più leggero e con vita alta e vestibilità aderente ai fianchi.


La Seconda Guerra Mondiale fu un altro momento importante per la storia dei Jeans, perchè consentì di diffondere in tutto il mondo quello che fino ad allora era stato un capo d'abbigliamento solo americano. 
Lo slogan del periodo era “Do your part!“ e l'intera industria tessile mise a disposizione i propri impianti per la produzione di capi da guerra. I soldati americani sbarcavano nei paesi devastati dal conflitto e le loro divise in denim diventarono il simbolo della libertà, alimentando quello che fu poi definito “the american dream”. Al termine della guerra il jeans americano entra negli armadi degli Europei e si apre così per i tre grandi brand un altro immenso mercato. Tutte e tre le aziende possederanno entro la metà degli anni Sessanta i loro primi stabilimenti europei, tutti nelle Fiandre.



I soldati americani partirono per il fronte mettendo nello zaino i loro ormai irrinunciabili jeans, che avrebbero comodamente indossato nel tempo libero, mentre le donne, che andavano a sostituirli  nelle fabbriche, li indossavano per andare al lavoro, e i ragazzi li portavano nelle aule delle università. 

Nel frattempo nel dopoguerra in America nasce una nuova moda, il Rodeo, e Wrangler ne sarà l'indiscusso protagonista. Ma di cosa stiamo parlando esattamente ? Il Wild West Show era una specie di circo in movimento che inscenava storie avventurose del selvaggio West e i protagonisti erano i cowboy, che si sfidavano in prove di abilità in sella a cavalli e tori. Pensiamo al famosissimo Buffalo Bill's Wild West che arrivò addirittura in Europa. Ad un certo punto il rodeo divenne un vero e proprio sport che continua ad essere fortemente praticato ancora oggi negli stati settentrionali e in quelli rurali dell'ovest. Se tutti e tre i brand cavalcarono la nuova moda, bisogna ammettere che per tutti i protagonisti in gara, allora come oggi, esiste però un solo brand di riferimento: Wrangler. 





Nel dopoguerra i jeans diventano il capo casual più diffuso al mondo. Quando gli americani tornarono in patria, abbandonarono in Europa tonnellate di indumenti che per anni fu possibile acquistare nei mercati dell'usato e fu così che in Italia tutti i giovani poterono procurarsi i loro primi blue jeans.

Con l'arrivo degli anni Cinquanta i jeans diventano l'uniforme dei ribelli, i giovani che combattono il perbenismo della generazione precedente, quella che aveva appena sprofondato il mondo dentro uno dei conflitti più tragici di sempre; i giovani vogliono trasgredire tutte le regole, sociali, culturali e sessuali dei loro genitori. Nascono così i bad boys, i cattivi ragazzi, che invece di cavalcare i cavalli selvaggi del west adesso si procurano le motociclette e viaggiano liberi per le strade del paese; pensiamo ai soldati di ritorno dopo anni di guerra, le loro famiglie li aspettano, sono felici di riabbracciarli, ma loro sono cambiati, hanno subito ferite profonde che le loro mogli e madri non sanno comprendere, così si allontanano da tutti alla guida delle loro Harley Davidson, indossando una giacca di pelle nera e un paio di Levi's 501, proprio come le star di Hollywood nei film di grande successo di quegli anni, tra i quali i mitici Gioventù bruciata e Il Selvaggio.






Questa immagine anticonformista dei jeans portò a proibirli nelle scuole e ciò preoccupava non poco i tre grandi brand del denim che iniziarono a diffondere campagne pubblicitarie mirate a difendere l'immagine dei loro prodotti.

Negli anni Sessanta si assiste alla diffusione contemporanea di due tipi di jeans: da un lato abbiamo i bell bottom, i jeans a zampa di elefante, indossati dai giovani hippie e dall'altro iniziano ad essere molto richiesti gli Skinny, i jeans aderenti lanciati dai divi del cinema come Marilyn Monroe, che disegnano perfettamente le curve, diventando un capo d'abbigliamento sexi. Insomma i jeans, che siano indossati in un modo o in un altro, si opponevano comunque sempre agli abiti della classe sociale borghese, tanto contestata dai giovani di quegli anni, che si ribellavano all' educazione che gli veniva data dai loro genitori, al loro modo di pensare, di vivere, di stare insieme e chiaramente anche di vestire.



venerdì 22 gennaio 2021

Lezioni di cucito dal libro della nonna 52. LE FIBRE TESSILI seconda parte: IL COTONE


Il cotone è sempre stato considerato un prodotto tipico dell’India, un po’ come succede nel caso del lino per l’Egitto, della seta per la Cina e della lana di capra e pecora per il nord dell’Asia. Stabilire con esattezza dove e quando si iniziò a coltivare il cotone non è cosa facile, facendo una ricerca trovo informazioni diverse che mi portano alla conclusione che quella del cotone è una storia millenaria molto complessa, iniziata in diversi angoli del mondo presso diverse civiltà isolate, sia nel vecchio e nel nuovo mondo, dalla valle dell'Indo al Perù. Le prime testimonianze dell'uso delle fibre di cotone da parte dell'uomo risalgono circa al III millennio a.C in India, e quasi simultaneamente in sud America. In un certo senso, gli ultimi a scoprire il cotone furono proprio gli Europei, poiché potevano beneficiare solo dei tessuti importati da lontano, non avendo un clima adatto alla coltivazione della pianta. In seguito all’ influenza araba tutti i paesi che si affacciano nel bacino mediterraneo videro nei primi secoli a.C. l’introduzione del cotone, il primo centro di importazione fu Alessandria grazie ad Alessandro Magno che stabilì le prime rotte verso l'oriente. In Europa il cotone arrivò per la prima volta in Sicilia grazie ai Saraceni poco prima dell’anno mille, anche se ci vollero almeno altri tre secoli prima che si diffondesse, per tanti anni fu considerato un prodotto di lusso al pari della seta, anche perché rispetto alla lana era decisamente più difficile da filare e tessere. Intorno alla fine del 900 il cotone veniva lavorato nelle città mussulmane spagnole come Siviglia, Cordova, Granada e Barcellona, filati e tessuti indiani venivano importati nei porti di Venezia, Genova e Pisa. Il tessuto di cotone iniziò a diventare molto ricercato nei mercati urbani europei durante il Rinascimento e l' Illuminismo, la sua ascesa a importanza globale è avvenuta come risultato della trasformazione culturale dell'Europa e dell'impero commerciale britannico. L’industria del cotone fiorì in Europa nel XIV secolo. Nel 1664 fu fondata “La Compagnie francese delle Indie”, che commerciava in “indiani”, tessuti di cotone dipinti che suscitavano un immenso interesse. L’importanza di questa fibra tessile aumentò in modo esponenziale con la scoperta dell’America dove furono trovate delle specie locali diverse da quelle di origine asiatica. La coltivazione delle piante del cotone si diffuse in breve tempo soprattutto in quella che oggi viene definita America Meridionale, ma ebbe il momento di massima espansione a partire dal 1792 quando grazie alle nuove tecnologie i costi di produzione si abbassarono a dismisura. La coltivazione del cotone si diffuse poi nelle colonie francesi e britanniche dell'America Settentrionale, in quelli che oggi sono gli Stati Uniti meridionali, dove il clima e il terreno erano particolarmente favorevoli. Alla storia del cotone è strettamente legato il lavoro nelle grandi piantagioni delle popolazioni nere importate: gli schiavi africani. Gli schiavi arrivati dall’Africa non erano persone, ma oggetti, comprati, venduti, sfruttati e umiliati. Nella metà del 1800, nel Sud del paese, se ne contavano quattro milioni. L’avvento della rivoluzione industriale e l’invenzione nella seconda metà del 1700 di macchinari per la filatura e la tessitura, resero più veloci le lavorazioni del filato fino a farlo diventare sottile, resistente e pronto alla tessitura, e l'Inghilterra divenne il principale centro di produzione tessile. Spaventati dalla concorrenza delle pezze di cotone, filate e colorate in India, i produttori inglesi di lana riuscirono ad imporre, nel 1700, il blocco dell'importazione di cotone indiano, ma la Compagnia delle Indie continuò comunque a venderlo nel resto d'Europa. Nei decenni successivi, il cotone cominciò ad arrivare dal lavoro degli schiavi nelle piantagioni delle colonie d'America, veniva trasportato grezzo, per essere filato e lavorato nelle fabbriche del Nord d'Inghilterra, da Manchester a Liverpool, diventando il protagonista incontrastato della Prima Rivoluzione Industriale.



Il cotone è una pianta subtropicale, per crescere ha bisogno di un clima caldo caratterizzato da periodi di elevata umidità ad altri molto aridi, necessari alla fase di maturazione. Cresce in una fascia climatica ampia, compresa tra i 32-35 gradi a sud e i 39 a nord, e comprende quindi aree geografiche di diversi continenti. E’ una pianta tenace, capace di adattarsi alle più diverse condizioni di coltivazione. Come per tutti i prodotti agricoli, la coltivazione varia da paese a paese a seconda del livello di sviluppo. A seconda della varietà, del clima e delle tecniche agricole impiegate abbiamo piante di diversa altezza, da 25 cm fino a due metri. 


Il cotone è una fibra naturale ed è una delle fibre più utilizzate dall’uomo insieme alla lana. Nei vari paesi si coltivano varietà diverse. Oggi la produzione coinvolge almeno 300 milioni di persone in ottanta diversi paesi nel mondo. I più grandi produttori sono, in ordine decrescente, Cina, India, USA, Pakistan e Brasile. Il cotone rappresenta una delle voci piu' importanti dell'esportazione anche per l'Egitto, il Burkina Faso, la Costa d'Avorio e lo Zimbabwe. In particolare in Egitto e Sudan la coltura del cotone occupa una parte assai vasta della superficie agraria e viene praticata grazie all'irrigazione, ottenuta mediante la costruzione di grandi dighe. Purtroppo ben poco di puro o di naturale è rimasto del cotone tradizionale; se paragonato alle fibre sintetiche di ogni tipo che hanno invaso il mercato da anni, il cotone è generalmente visto come la fibra naturale per eccellenza, in realtà è la seconda fonte di inquinamento agricolo al mondo, essendo la coltura che riceve la maggior quantità di pesticidi. Ogni anno vengono riversate sui campi migliaia di tonnellate di sostanze chimiche, speciali pesticidi e fertilizzanti sono utilizzati per garantire massima resa e qualità. Essendo il cotone un grande business internazionale, pesticidi, erbicidi, fertilizzanti, e semi ogm sono in gran parte forniti dalle multinazionali che spesso incentivano i contadini al loro uso. E' una pianta che genera enormi impatti sociali, ambientali e politici che influiscono sulle povertà, sull’inquinamento, sui sistemi agricoli e sui costumi. Quando si parla di cotone non si può prescindere dai tanti impatti che esso genera. L'aumento dei livelli di reddito nei paesi in via di sviluppo, specialmente in Cina , ha causato negli ultimi dieci anni una crescita della domanda e di conseguenza dell'industria. La Cina oggi ha un ruolo chiave in questo settore, essendo diventato primo produttore e primo utilizzatore mondiale: determina la forbice tra offerta e domanda e anche, in gran parte, l'andamento dei prezzi mondiali. Il cotone biologico potrebbe rappresentare la soluzione, grazie anche alle sue ottime rese. Il cotone biologico è associato a una serie di punti di forza, minori rischi ambientali, prima di tutto. I coltivatori di cotone biologico, non facendo uso di pesticidi e di fertilizzanti sintetici, si concentrano sulla rotazione delle coltivazioni per aumentare le rese, sull’abbinamento del cotone ad altre colture alimentari da destinare al mercato locale e sull’uso di piante associate per attirare gli insetti utili e allontanare i parassiti, inoltre, impiegando solo concimi organici e rimedi biologici, favoriscono una maggiore biodiversità e una maggiore resilienza dei loro terreni. Poiché i semi sono naturali e non modificati geneticamente, gli agricoltori sono in grado di recuperarli e ripiantarli, mentre nel caso delle coltivazioni Ogm sono costretti ad acquistarne di nuovi ogni stagione.




domenica 10 gennaio 2021

Lezioni di cucito dal libro della nonna 52. LE FIBRE TESSILI parte prima

Le fibre tessili sono la materia da cui si creano i filati e poi i tessuti, e si classificano dividendole in tre grandi gruppi in base alla loro origine:

FIBRE DI ORIGINE NATURALE 
FIBRE DI ORGINE ARTIFICIALE
FIBRE DI ORIGINE SINTETICA

Le caratteristiche di una fibra tessile sono rappresentate dalla flessibilità, dalla finezza e dalla lunghezza in rapporto alla dimensione. Per quanto riguarda le fibre di origine naturale vanno distinte in vegetali e animali, e si ottengono con le coltivazioni e l’allevamento del bestiame. Sono fibre irregolari e sottili e questo contribuisce alla loro bellezza. Opportunamente filate esse sono alla base della produzione dei tessuti. Fu l'uomo primitivo sul finire del neolitico a scoprire la filatura trovando il modo di trasformare lana, cotone e lino in filo continuo da tessere. Con la filatura si sviluppò anche la tessitura. L’arte della tessitura si diffuse velocemente di civiltà in civiltà, dagli Egizi ai Fenici, ai Greci, ai Romani.


L'impiego delle fibre tessili naturali ha origini antichissime e si è sviluppato presso le civiltà più diverse e più lontane. I reperti archeologici fanno dedurre che già oltre 5000 anni fa la pianta del cotone veniva coltivata e utilizzata per fabbricare tessuti. Purtroppo essendo i tessuti facilmente deteriorabili, sono poche le testimonianze della abilità dei tessitori dell'antichità.


La produzione di tessuti nell'antico Egitto

La rivoluzione industriale nella seconda metà del XVIII secolo portò alla meccanizzazione dei telai, e questa innovazione portò un grande sviluppo dell'industria tessile.

Soltanto verso la fine dell'Ottocento nacque la prima fibra artificiale, il raion, e sono passati ottantacinque anni dalla comparsa della prima fibra sintetica, il nylon, capostipite di una lunga serie di fibre chimiche. Le fibre sintetiche si producono attraverso un procedimento industriale e derivano da polimeri artificiali ricavati da prodotti petroliferi. 

La domanda di prodotti tessili continua a crescere insieme al miglioramento del tenore di vita e all'aumento della popolazione mondiale e il consumo di fibre si è sempre più orientato verso quelle sintetiche, che sono diventate facilmente disponibili a partire dagli anni 40 oltre ad essere generalmente più economiche. Nel 1930 il cotone costituiva l'85% dei consumi mondiali di fibre tessili per poi scendere nel 1980 al 47% e per arrivare oggi a un misero 20%. L'ingegneria tessile si occupa della ricerca nel settore tecnologico per perfezionare il filato della fibra, con l’obbiettivo di riuscire ad avere maggior produzione, maggior qualità e costi minori.

I materiali delle fibre tessili si possono classificare in base alla loro finezza in categorie di fibre
grossolane, fini, finissime e microfibre. Per i tessuti d'abbigliamento si impiegano soprattutto le fibre fini e finissime e recentemente anche le microfibre. Quanto più fini sono le fibre, tanto più i tessuti risultano morbidi, piacevoli da indossare, compatti e tanto più ricadono bene. Le microfibre sono in genere chimiche. Sono principalmente filamenti e fibre in fiocco di nylon e poliestere. I settori di impiego sono principalmente i capi impermeabili e per l'abbigliamento da esterno con caratteristiche di morbidezza e scioltezza.

Schema filatura

La FILATURA comprende una serie di operazioni necessarie per trasformare le fibre grezze in filati. Un filato è un filamento resistente, omogeneo e sufficientemente lungo per poter essere usato nella fabbricazione di tessuti, nella confezione a maglia e nella realizzazione di filo da cucito e ricamo. Per trasformare una massa di fibre in un filato l'operazione è la torcitura e la macchina che si utilizza si chiama filatoio; le prime invenzioni per la cardatura del cotone sono inglesi e risalgono alla metà del 1700.


Schema tessitura

La TESSITURA è la seconda fase importante nell'industria tessile perché dai fili si crea la stoffa vera e propria. La tessitura consiste nell'intreccio, o per meglio dire, intersezione diagonale, di ordito, l'insieme dei fili che sono disposti in direzione della lunghezza della stoffa, e trama, l'insieme dei fili che vengono inseriti tra i fili dell'ordito nella direzione della larghezza del tessuto.
La tessitura avviene tramite l'uso del telaio che, con il passare del tempo, è stato  continuamente migliorato e reso più complesso allo scopo di velocizzare il lavoro e migliorare la qualità dei manufatti.






lunedì 3 agosto 2020

Appunti Femministi. Le donne negli anni '50

"It’s the bras. And the girdles and the corsets, 

all designed to cut off the circulation to your brain, 

so you walk around on the verge of passing out, 

and you look at your husband, 

and he tells you things, and you just believe them.“ 





Ho deciso di  inaugurare la mia nuova rubrica  APPUNTI FEMMINISTI con una citazione presa dalla mitica sig.a Maisel; sarà questa una nuova rubrica senza pretese che avrà come  obbiettivo quello di essere una appendice un pò meno frivola ai miei post che parlano di moda.


Immagino che conosciate già tutti “La fantastica Sig.a Maisel“ , sicuramente una delle mie serie  televisive preferite di sempre.

Per chi se la fosse persa segue una brevissima sinossi:

il titolo originale è The Marvelous Mrs. Maisel ed è una serie televisiva statunitense prodotta da Amazon Studios, ideata, scritta e diretta da Amy Sherman Palladino.

La protagonista è Miriam Maisel interpretata da una bravissima Rachel Brosnahan. Miriam è una giovane casalinga ebrea, felicemente sposata, madre di due figli,  cresciuta in un lussuoso palazzo dell' Upper West Side a Manhattan. Miriam è apparentemente una donna con una vita invidiabile fino a quando il marito Joel le confessa di avere una relazione con la sua segretaria e la lascia. Sconvolta si rivolge ai suoi genitori in cerca di un sostegno ma chiaramente riceve critiche e sensi di colpa, torna casa distrutta, si ubriaca ... e non aggiungo altro di specifico... dirò solo che inciampa per caso in un suo enorme talento e decide con grande coraggio di cercare la sua indipendenza e soprattutto la vera se stessa.

Quella che viene ritratta è una società ancora totalmente in mano agli uomini, dove vige la legge  non scritta dell’apparire, dove quel che pensano gli altri è più importante di tutto, dove il conformismo è soffocante e decidere di non farne parte vuol dire andare avanti da soli. 

Questa serie televisiva è un bellissimo omaggio al femminismo, una storia che fa tanto ridere, davvero tanto, pur parlando di cose serie come la rivalsa, il coraggio e l'emancipazione. 

Tutto è impeccabile in ogni suo aspetto, a partire dai dialoghi serrati e divertenti, dai costumi, il trucco e parrucco e le scenografie sempre perfetti in ogni inquadratura e in ogni dettaglio, dai  numeri musicali elaborati e bellissimi e naturalmente dai suoi interpreti, tutti attori molto bravi che danno vita a personaggi indimenticabili. Ogni inquadratura è così piena di cose che lo spettatore non sa dove fissare l'attenzione e la ricerca della perfezione è davvero maniacale. Oltre a tutto questo, che sono già molti motivi validi per guardare questa serie, il grande pregio di questa produzione è che parla in modo molto intelligente della donna e della sua posizione nella società degli anni ’50 e lo fa annegando tutte le tristi ingiustizie di quegli anni in una marea di risate.  





Siamo negli anni ’50, le donne hanno fatto la loro parte durante il conflitto mondiale e adesso viene loro chiesto di ritirarsi nuovamente nel focolaio domestico. Per reazione ai duri anni durante i quali le famiglie sono state divise e spesso distrutte, si assiste ad un ritorno  dell’esaltazione del matrimonio e della maternità, del calore domestico e del buon andamento della casa. L’uomo impone a quelli che furono i primi importanti passi verso l’emancipazione femminile di fare retro marcia. Durante il conflitto mondiale  c’erano stati troppi sconfinamenti nei domini maschili e la donna lavoratrice rimandava a un’idea di messa in discussione dei ruoli.

Il mondo occidentale guidato dall’esempio americano si avvia a diventare una moderna società capitalistica ed è in questo momento che nasce la figura della casalinga moderna. Ormai in molte case, non più solo in quelle delle famiglie più abbienti, fanno la loro comparsa i televisori che propongono i modelli educativi. Nelle trasmissioni televisive e negli spot pubblicitari le donne vengono rappresentate principalmente attraverso due elementi: il loro aspetto fisico e il loro ruolo nella società. In quegli anni piaceva pensare che la donna fosse una casalinga appagata, una bella moglie, una brava madre e una consumatrice entusiasta in cerca di modernità. 

Nel frattempo per quanto stesse aumentando la presenza di studentesse nelle scuole superiori, per tutto il decennio furono ancora molto poche le donne che frequentarono l’università e terminati gli studi i lavori comunque possibili si trovavano per lo più all’interno di una stretta tipologia di mestieri, tra i quali cameriere, segretarie e commesse e nelle fabbriche le donne vennero segregate nelle categorie e qualifiche più basse, con conseguenti salari di molto inferiori rispetto ai loro colleghi maschi.

Altro fenomeno importante in quegli anni fu lo spostamento dalle campagne di molte giovani coppie che andavano in città in cerca di un lavoro. Questo interruppe reti parentali e amicali intense di grande condivisione riducendo il livello di socializzazione. I nuovi appartamenti divennero per le donne ambienti di totale solitudine e questo valeva soprattutto per le famiglie più povere, dove non c’era disponibilità di abbastanza denaro per uscire quanto meno la sera e nei fine settimana alla ricerca di amicizie, distrazioni e divertimenti.


Mi viene in mente il celebre saggio della giornalista americana Betty Friedan “ La mistica della femminilità “.

Friedan fece una accurata indagine attraverso una serie di interviste a donne diplomate o laureate del ceto medio attraverso le quali cercava di capire quale fosse il loro livello di soddisfazione rispetto alle loro aspettative giovanili, spinta dalla considerazione che molte donne adulte americane fossero predisposte all'abuso di alcol e psicofarmaci.

Il risultato fu un ritratto di donne apparentemente appagate dall’amore dei mariti e dei figli ma che in realtà vivevano in una condizione di infelicità, depressione e disagio psicologico.La giornalista cercò di capire coma fosse potuto accadere che tutte queste donne avessero accettato di essere rinchiuse in un ruolo deciso dal modello americano rinunciando ai loro sogni di realizzazione professionale, per dedicarsi esclusivamente alla maternità e alla vita casalinga segregate nei sobborghi residenziali americani. 

Friedan individua i soggetti responsabili della diffusione di un deliberato progetto di persuasione e condizionamento tra i direttori di giornali e trasmissioni televisive, gli educatori, gli psicanalisti, i sociologi ... che chiaramente erano tutti maschi.


 









Prima degli anni ’50 erano stati fatti grandi passi verso la liberazione del corpo femminile, basti pensare ai corsetti con le stecche di balene che usavano le donne nel 1700 e nel 1800; assai dolorosi da indossare  impedivano letteralmente molti movimenti ed erano spesso causa di traumi, come lo spostamento delle costole. Il corsetto costringente era stato utilizzato per diversi secoli come accessorio in grado di modificare le naturali forme del corpo femminile, obbligandolo alla forma considerata migliore e naturalmente più desiderata dagli uomini.

L'abolizione dei corsetti fu uno degli argomenti per la liberazione della donna sostenuto dai movimenti femministi: l'attivista americana Elizabeth Stuart Phelps, incitava le donne a dare fuoco ai loro corsetti:

" Fate un falò delle crudeli stecche d’acciaio che per così tanti anni hanno tiranneggiato sul vostro torace e addome. E tirate un sospiro di sollievo per la vostra emancipazione che, ve lo posso assicurare, inizia da questo momento."


Negli anni '50  quel tipo di bustini per fortuna non venivano più indossati ma il bisogno di modificare le forme del corpo delle donne  non era del tutto superato e la moda tornò a proporre una silhouette dal busto compresso e la vita sottile. In quegli anni le donne dovettero tornare ad indossare il bustino, realizzato adesso in nylon, in grado di creare l’effetto clessidra su qualsiasi silhouette e molto in voga era lo stringivita, una sorta di guaina elastica, a volte cucitall’interno degli abiti stessi, che strizzava letteralmente la vita. 


" Non dimenticate mai che siete prima di tutto mogli "

consigliava la stilista americana Anne Fogarty nel suo libro Wife-Dressing del 1959, la quale riteneva assolutamente necessario che le donne portassero sempre e ovunque un busto stretto attorno alla vita, durante un cocktail party a casa di amici ma anche mentre si passava l'aspirapolvere in salotto. La stessa Fogarty s'inguainava con tale rigore che non riusciva mai a sedersi, ma quel fastidioso genere di costrizione le procurava un piacere enorme, dato che le imponeva un contegno impeccabile.





Ed ora, in conclusione, è doveroso un breve approfondimento al lavoro quasi miracoloso della costumista Donna Zakowska

Per costruire il guardaroba di Miriam Maisel sono stati sfogliati tantissimi numeri dell’edizione francese di Vogue dal 1957 al 1960, riscoprendo "un punto altissimo della moda femminile". I punti di riferimento sono stati Grace Kelly, Audrey Hepburn e l’icona sexy Mamie Van Doren. 

Il risultato è un tripudio di look anni 50 per cui perdere la testa; Miriam e sua madre Rose sfoggiano abiti alla velocità di sette o otto capi a puntata, un numero spropositato, ancor più sorprendente se affiancato alla cura con cui sono stati realizzati. Sul set di ogni stagione hanno lavorato venticinque sarti per dodici settimane, che hanno inoltre vestito circa cinquemila comparse. L’esuberanza della protagonista viene espressa attraverso un abbigliamento multi-cromatico, che la costumista Donna Zakowska ha definito “da musical”. Zakowska ha disegnato la maggior parte dei cappelli e reperito tutte le borse e le scarpe, rigorosamente vintage, dopo aver setacciato gli shop online e contattato i collezionisti.









" Why do women have to pretend to be something that they're not?
Why do we have to pretend to be stupid when we're not stupid?
Why do we have to pretend to be helpless when we're not helpless? 
Why do we have to pretend to be sorry when we have nothing to be sorry about?
Why do we have to pretend we're not hungry when we're hungry? "




lunedì 27 luglio 2020

Storia della moda nel XX secolo. Lezione 42. Kansai Yamamoto

Questa mattina tutti i principali quotidiani hanno dato la notizia della scomparsa del famoso stilista giapponese Kansai Yamamoto. 

Riporto un breve racconto della sua carriera e alcune immagini.



Kansai era nato nel 1944 a Yokohama. Studiò moda al Bunka Fashion College a Shibuja, uno dei più noti quartieri di Tokyo e frequentò gli atelier degli stilisti Junko Koshino e Hisashi Hosono.

La sua prima collezione debuttò nel 1971 a Londra e negli Stati Uniti presso il grande magazzino Hess ad Allentown, in Pennsylvania, che era famoso per presentare molte collezioni d'avanguardia. Fu uno dei primi stilisti del suo Paese a sfilare in Europa.

Kasai divenne noto soprattuto per aver disegnato diversi abiti indossati da David Bowie durante i suoi spettacoli, in particolare quelli per il suo “Ziggy Stardust Tour” del 1972-73. Il suo lavoro più iconico è la tuta total black dai fianchi voluminosi realizzata in vinile che il celebre Duca Bianco indossò durante il mitico concerto del 10 marzo 1973 alla Long Beach Arena di Los Angeles. La spettacolare ma tutt’altro che pratica tuta Tokyo Pop era basata sugli hakama, pantaloni maschili tradizionali giapponesi abbinati al kimono.





Lo stile di Kasai era conosciuto perché audace; la sua ricerca partiva dalle arti tradizionali giapponesi del Kabuki passando per la sua fascinazione per il punk inglese, sfidando le norme di genere, usando spesso colori sovraccarichi e motivi brillanti e aggiungendo uno spiccato decoratismo al limite del trash.

All'inizio degli anni Novanta, dopo due decenni di sfilate a Londra, Parigi e New York, Yamamoto prese una pausa dal mondo della moda per concentrarsi su eventi di intrattenimento dal vivo, i suoi conosciuti Super Show che combinavano elementi di musica, danza, acrobazie e arti tradizionali giapponesi.