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lunedì 29 gennaio 2024

Storia della moda nel XX secolo. Lezione 45: i blue jeans in Italia

E' solo a partire dagli anni cinquanta che in Europa inizia a svilupparsi una vera e propria industria del jeans, sull'onda del fascino lasciato dai marines americani. In Italia, fino al secondo dopoguerra, il jeans si era visto solo nelle pellicole dei film western americani. L'esigenza andò però ben presto cambiando: non si voleva più creare dei semplici pantaloni da lavoro, resistenti e pratici, ma bensì realizzare qualcosa di nuovo e di bello. L'Italia senza dubbio ha saputo dare una nuova anima a questo indumento. Il percorso del jeans italiano si è mosso su due filoni: il jeans basic, prodotto da marchi come Roy Roger's, Rifle, Casucci e Carrera, e il designer jeans, proposto da brand come King's, Bell Bottom e Fiorucci.


L'Italia ha mosso i suoi primi passi con i cenciaioli toscani che nel dopoguerra acquistavano e poi rivendevano giacche, salopette e pantaloni lasciati  dai militari americani ritornati in patria. Si trattava di abiti di seconda mano che si potevano comprare sui banchi dei mercati. Questo piccolo commercio iniziale si ingrandì in seguito con l'importazione di capi direttamente dall'America e infine, quando i  il denim sembrava essere il tessuto più ricercato dai giovani del tempo, alcuni commercianti capirono che era arrivato il momento di avviare una vera e propria produzione italiana.




I pionieri italiani della realizzazione di jeans furono Roy Roger's e Rifle.

Roy Roger's

Quello che oggi è un colosso del made in Italy è nato come azienda di famiglia dalla visione dei coniugi Bacci alla fine degli anni quaranta. Inizialmente realizzavano artigianalmente pantaloni più che altro da lavoro in cotone e gabardine, poi decisero di andare a New York con l'intenzione di stipulare un accordo con la Cone Mills Corporation, che era il maggior fornitore di marchi come Levi's e Wrangler, il tempio della produzione di denim americana. Nacque così il primo marchio di blue jeans in denim originale confezionati in Italia. Il nome Roy Rogers venne depositato nel 1952 ed era quello di un sarto americano conosciuto durante il viaggio negli Stati Uniti. I primi jeans dell'epoca erano però molto diversi da quelli di oggi: le tecniche di lavorazione erano primitive ed il tessuto era più rigido, ci volevano parecchi lavaggi e bisognava indossarli molte ore per vederli ammorbidire.

Il fenomeno Roy Roger's esplose definitivamente negli anni sessanta, quando i pantaloni in denim diventarono emblema di cambiamento rispetto all'abbigliamento formale e simbolo della contestazione giovanile in totale rottura con i modelli sociali delle generazioni precedenti. Per alimentare il mito americano, tutta la comunicazione del marchio si decise di scriverla solo in inglese, etichette e manifesti pubblicitari, tanto che ancora oggi alcuni credono che si tratti di un prodotto proveniente dagli Stati Uniti. Alla fine degli anni settanta l'azienda arrivò a produrre circa 20.000 paia di pantaloni al giorno. Negli anni novanta venne riposizionata a un livello più alto del mercato, lavorando sulla qualità del tessuto e apportando innovazioni tecniche di sbiancamento e lavorazione. Dal 2003 inizia l'ascesa nell'alta gamma e oggi a portarla avanti con grande successo sono i nipoti dei fondatori, che stanno rilanciando il marchio con collezioni che puntano alla reinterpretazione in chiave contemporanea dei capi provenienti dall'archivio aziendale. Non manca una nuova linea più attenta all'ambiente che usa solo tinture naturali. (Natural Garment Dyed) 


Per chi volesse saperne di più consiglio il libro 
Roy Roger's. Non c'è futuro se non hai una vera storia. Naldini. Mauro Pagliai Editore

Rifle

L'altro grande marchio, che si sviluppò anch'esso in Toscana, fu Rifle. La leggenda narra che i due fondatori dell'azienda, Giulio e Fiorenzo Fratini, acquistassero vecchie divise militari per tingerle e poi rivenderle come stracci a Prato, e tra queste un giorno trovarono un paio di pantaloni mai visti prima, che destarono la loro curiosità. Scoprirono che quel tipo di tessuto, il denim, veniva prodotto in America e decisero di partire all'avventura. Era il 1949 e i due fratelli mossero i primi passi verso la creazione della loro azienda, che inizialmente si chiamava Confezioni Fratini e circa dopo una decina di anni la trasformarono in Rifle. Nel 1958 iniziarono la loro produzione con pantaloni fortemente ispirati ai Levi's, che si portavano risvoltati per rievocare lo stile country. Tutte le immagini pubblicitarie richiamavano il selvaggio western e il mondo del rodeo. Il marchio ebbe un successo crescente negli anni sessanta fino agli ottanta, periodo di massima distribuzione, quando in tutta Italia si diffuse il fenomeno di costume conosciuto come Paninaro e indossare un paio di Rifle divenne uno status symbol. Interessante è ricordare che fu il primo marchio ad esportare jeans, apprezzati soprattutto per la loro comodità e resistenza, nei paesi dell'est Europa, tra i quali la Cecoslovacchia, la Polonia, la Romania, la Jugoslavia e anche la Germania Est, infatti in quei luoghi la parola “rifliska” era sinonimo di jeans. Negli anni ottanta nei bazar governativi russi andavano a ruba i mitici jeans modello 881.

Poi però i gusti del pubblico e le mode cambiarono e per l'azienda, incapace di stare al passo con i tempi, iniziò un lungo periodo di crisi, con vani tentativi di ristrutturazione e nuovi investitori esteri. La pandemia di Covid ha portato infine al fallimento, dichiarato dal tribunale di Firenze nell'ottobre del 2020.




Se negli anni cinquanta in Toscana le aziende si sono concentrate sulla produzione di pantaloni basici ispirati al western style americano, negli anni sessanta, in Italia e precisamente in Veneto, si aprì un nuovo tipo di ricerca che trasformò i jeans classici in un prodotto fashion. In Italia, tra il 1964 e il 1969 nacquero diverse aziende importanti tra le quali King's e Bell Bottom e due furono i più grandi innovatori del settore: Elio Fiorucci e Adriano Goldschmied.


Elio Fiorucci

Merita un posto d'onore nell'industria del jeans made in Italy per la sua acuta abilità nel fiutare con anticipo i trend globali, in quanto grande conoscitore del mercato. Quando cominciò a muovere i primi passi nel modo della moda l'immagine dei jeans era ancora legata quasi esclusivamente ai brand americani. Lui prese questo capo di abbigliamento, lo liberò completamente dall'immagine western e lo trasformò nel mezzo tramite il quale esaltare la sensualità del corpo femminile. Una vera rivoluzione! Inserì nel denim la Lycra, che consentiva al capo di espandersi e restringersi nuovamente, per risultare perfettamente aderente, mettendo in evidenza ogni curva. Il modello Buffalo 80 divenne un oggetto di culto. 



Adriano Goldschmied

Ha dedicato la vita intera al jeans, lanciando moltissimi marchi del denim italiano e collaborando con diversi importanti brand da cui Esprit, Fendi, Trussardi, DKNY. La sua carriera cominciò molto preso, all'età di vent'anni, quando si trasferì a Vicenza, dove iniziò a sviluppare una rete di imprese, persone e relazioni, che trasformarono il Veneto nella patria del jeans italiano moderno, o meglio, del fashion jeans, che a partire dagli anni sessanta diviene oggetto di moda e lusso, simbolo di una nuova società più internazionale. I nuovi jeans non erano più prodotti con un tessuto semplice e povero, ma in questi anni venne migliorato nei requisiti tecnici e qualitativi. Nel 1978 a Vicenza Adriano Goldschmied fondò il Genius Group, in cui confluivano i più innovativi brand del periodo, un piccolo impero del denim moderno italiano. Da questo gruppo, scioltosi nel 1985, nacquero quelli che ad oggi sono i due colossi del jeans italiano: Diesel di Renzo Rosso e Replay di Claudio Buziol. 


Gli anni settanta del denim italiano sono stati quindi caratterizzati da un processo di internazionalizzazione delle aziende e da un vero e proprio boom del mercato. Tutti i marchi sviluppatisi in questo periodo riuscirono a trovare la loro posizione nel settore. Il jeans italiano si distingueva per la meticolosità e la cura dei dettagli, per lo stile unico, per la ricerca del taglio e del fit perfetti e per la maestria con cui venivano eseguiti i trattamenti in capo. Il fenomeno che si stava sviluppando identificava il jeans come simbolo di una rivoluzione del costume e della cultura. 

Negli anni ottanta si viene a sviluppare un nuovo e radicale cambiamento nelle tendenze dei consumatori che iniziano a preferire capi sui quali sia evidente la firma che portano. Si passa alla società Yuppie. La griffe diventa un elemento per distinguersi e il marchio è più importante del pantalone stesso. I grandi stilisti iniziano ad interessarsi a questo capo di abbigliamento e nesce il jeans griffato dell'alta moda. 

Concluderei con un breve cenno all'azienda torinese Jesus Jeans, indimenticabile per le sue audaci campagne pubblicitarie ancora oggi ritenute tra gli eventi più importanti della pubblicità in Italia. I loro spot accesero forti polemiche, ci fu chi gridò allo scandalo, e non tardò ad arrivare la censura da parte della chiesa, del mondo politico e della magistratura. La campagna venne tacciata di blasfemia e vennero sequestrati i manifesti. Va ricordato l'articolo di Pier Paolo Pasolini pubblicato il 17 maggio 1973 sul Corriere della sera che preannunciava la fine della chiesa. La campagna era composta da un’immagine che immortalava il busto androgino di una modella con i pantaloni sbottonati, con il claim che recitava ”Non avrai altro jeans all’infuori di me”, e da una seconda immagine di un fondoschiena incorniciato da un paio di hot pants, accompagnata dallo slogan ”Chi mi ama, mi segua”. La vicenda innescò chiaramente un crescente interesse nei confronti dei jeans che divennero il simbolo indiscusso della battaglia dei giovani per l'indipendenza e l'emancipazione e naturalmente della rivoluzione sessuale in corso in quegli anni. 






*i paninari: All'inizio degli anni ottanta nacque a Milano questa sottocultura urbana, una sorta di risposta totalmente disimpegnata alla militanza politica dei precedenti anni settanta. Fenomeno sorto nel centro della città tra i figli delle famiglie bene che frequentavano le scuole private, si distingueva per un look estremamente curato e costoso, composto unicamente da capi di marca.

* gli Yuppies: A metà degli anni ‘80 si diffuse anche in Italia un nuovo fenomeno di costume d’importazione americana. Sempre più persone si ritrovarono a condividere uno stile di vita simile, caratterizzato da carrierismo spinto, consumi vistosi, belle case, auto di lusso, vacanze costose, abiti firmati, vita notturna.










domenica 14 febbraio 2021

Storia della moda nel XX secolo. Lezione 43: I blue Jeans


Amato ed indossato da tutti, universale e sempre di tendenza, il denim è un tessuto che è ormai diventato un must have nel guardaroba di ognuno di noiPer ricostruire la storia del denim o tela jean dobbiamo fare un enorme passo indietro di qualche secolo e arrivare circa al 1400, quando in alcune città europee si inizia a produrre un fustagno ruvido e molto rigido. Pare che in Italia, più precisamente in Piemonte, si producesse un fustagno di color indaco, di qualità media e di prezzo accessibile, che incrociava una trama di cotone proveniente dalla Turchia con un ordito che poteva essere di lino o di canapa, fibre che venivano coltivate nelle nostre pianure; robusto ed economico veniva utilizzato per realizzare i sacchi per le vele delle navi e per coprire le merci nei porti. In seguito, proprio al porto di Genova, si decise di provare ad utilizzare questo tessuto per confezionare le divise dei lavoratori portuali, i Camalli, gli scaricatori di porto, i quali erano alla ricerca di un materiale resistente, in grado di soddisfare il loro bisogno di muoversi agilmente e soprattutto di non bagnarsi. 

Camallo

Il lavoro forse più antico legato al porto di Genova è quello  del  “camallo”.
I camalli erano i faticatori del porto che, grazie alla loro  abnegazione ed indubbia forza fisica, quando ancora le macchine non erano presenti ad agevolare le fatiche dell’uomo, provvedevano a spalla al trasferimento delle merci dalla stiva della nave alle banchine per essere in seguito spedite con  i  carri a destinazione.
Il termine camallo avrebbe origine dalla parola araba  “hammal”, letteralmente faticatore a spalla.  
http://www.comune.genova.it/content/camallo)













Ma come si deve chiamare quindi quel fustagno per essere corretti, denim o tela jean? I  due termini oggi sono sinonimi e fanno riferimento ad un unico oggetto, il pantalone taglio jeans, ma  in passato si riferivano a due tipi di tessuto simili ma con caratteristiche strutturali differenti. Secondo alcune versioni il termine inglese “blue jeans” deriva dal termine francese “bleu de Gênes , che in italiano sarebbe “blu di Genova”, indicando quindi il fustagno che veniva prodotto in Piemonte; si diffuse l'utilizzo di questo termine quando, nella seconda metà del Cinquecento, l’Inghilterra importava grandi quantità di questo fustagno dall’Italia. Mentre l'origine del termine denim deriva da "tela de Nimes”, che indica la città francese Nîmes, dove veniva prodotto un tessuto simile ma con una armatura diversa, particolare per  la sua trama diagonale, tipo di tessitura visibile grazie alle diverse tonalità della trama e dell’ordito, infatti l’ordito era blu, mentre la trama era bianca.


Camalli del porto al lavoro 

Nella seconda metà dell’800 i due tessuti sbarcano in America e la loro strada si interseca e si fonde, ed è qui che inizia la storia dei Blue Jeans, attraverso le intuizioni e le continue innovazioni dei tre grandi brand pionieri, Levi's, Wrangler e Lee, la quale produzione coinciderà fino agli anni Cinquanta con l'intera produzione mondiale. 


Si tende a far coincidere la nascita dei Blue Jeans con il 20 maggio 1873, quando l'ufficio brevetti americano attribuisce a Levi Strauss e Jakob Davis il diritto di produrre in via esclusiva dei pantaloni rinforzati da rivetti di metallo. 

Jakob Davis era un sarto, confezionava giacche e pantaloni che venivano indossati per svolgere lavori pesanti, ed era alla ricerca di un modo per evitare che si lacerassero facilmente in corrispondenza delle tasche e del cavallo. Gli venne l'idea di applicare dei rivetti di rame in corrispondenza dei punti deboli per rinforzarne le cuciture e questa si dimostrò una innovazione straordinaria che diede vita ad un capo che rispondeva finalmente alle esigenze dei lavoratori impiegati nelle miniere e nelle fabbriche. Non disponendo del denaro necessario per deporre il brevetto, chiese a Levi Strauss, suo rivenditore di tessuti, di aiutarlo. 

Levi Strauss era un commerciante all'ingrosso di San Francisco, trasferitosi nella West coast per sfruttare le enormi opportunità che offriva il business della ricerca dell'oro. Il suo negozio vendeva tutto quello che poteva servire ai ricercatori, abiti adatti, attrezzature, generi alimentari, e gli affari gli andavano a gonfie vele e chiaramente non si fece perdere l'occasione. 




Nacque quindi il primo modello di Levi's, gli XX, con doppia cucitura sulle tasche e con l' etichetta di cuoio cucita sul retro. Intendiamoci, i pantaloni che venivano confezionati in quel periodo sono in realtà molto diversi da quelli che utilizziamo noi oggi: si chiamavano Waist overalls ed erano di colore marrone chiaro, confezionati con il tessuto denim ma piuttosto leggero, in quanto andavano indossati sopra i propri indumenti per proteggerli sul luogo di lavoro.


Il logo con i due cavalli che che corrono in direzioni opposte, nel tentativo di strappare un paio di pantaloni


Inizialmente Levi Strauss riforniva la rete degli empori che sorgevano nelle città minerarie della california, ben presto intuì che i classici metodi artigianali per confezionare gli indumenti non erano più adeguati ai ritmi di crescita della nuova società e propose un sistema di manifattura in serie che garantiva prezzi bassi e grandi volumi di produzione.


Il successo dei Levi's fu tale che ben presto il mercato cominciò ad affollarsi di concorrenti, ma tra i molti solo due produttori riuscirono ad affermarsi, e furono appunto Wrangler e Lee. Nel giro di un ventennio il mercato americano del jeans venne ripartito in tre parti: Wrangler si affermò negli Stati del Nord, Lee nel Middle West, mentre Levi's continuava a controllare il mercato degli Stati del Sud.

Henry David Lee decise di entrare nel promettente settore dell'abbigliamento nel 1911 dopo essersi arricchito con la distribuzione di generi alimentari. Si rese conto che c'era tutta una fetta di possibili clienti da raggiungere e iniziò a vendere capi d'abbigliamento, e in seguito anche a produrre, tra i mandriani e i contadini. La sua azienda diventerà famosa in brevissimo tempo, grazie alle continue novità: le sue due più importanti invenzioni sono state le Bill Overall, cioè le salopette, e le Union-All, le tute da lavoro che coprivano completamente il corpo del lavoratore; la loro diffusione fu impressionante, perchè erano adatte a qualsiasi tipo di lavoro pesante, proteggendo da capo a piedi i vestiti dei lavoratori, che non si rovinavano, non si sporcavano e non si rompevano. Durante la Prima guerra mondiale Lee divenne fornitore dell'esercito e nello stesso periodo fece una cosa che nessuno nel settore dell'abbigliamento aveva mai fatto prima, lanciò una campagna pubblicitaria su un quotidiano che veniva distribuito in tutti gli Stati Uniti, affermandosi come il più grande produttore di abiti da lavoro dell'intero paese.



La storia di Wrangler è un po' diversa perchè, a differenza degli altri due brand, non prende il nome dal suo fondatore. Il creatore fu C.C.Hudson, un ragazzo del Tennessee, che aprì un'azienda, la Hudson Overall Company che produceva inizialmente solo tute da lavoro. Il suo successo fu rapido, tant'è vero che circa vent'anni dopo venne acquisita da una grande azienda del settore del Kentucky, a cui va il merito nel 1936 di diffondere un'altra importantissima innovazione, la sanforizzazione.
L'azienda assunse il nome che tutti noi conosciamo solo nel 1943, quando ormai si era più volte ingrandita fondendosi con altre aziende del settore, diventando uno dei più grandi colossi nella produzione dell'abbigliamento in denim, assumendo un importante ruolo nella produzione di jeans per cowboy. In inglese il termine Wrangler significa “attaccabrighe” ma nell'americano del West indicava appunto il cowboy in azione. 


Nonostante la loro enorme diffusione grazie alle tre grandi aziende del denim, fino alla fine degli anni Venti i jeans non vennero mai concepiti come un capo che si sarebbe potuto indossare nel tempo libero; overalls e Union-All erano solo indumenti da lavoro. Con il crollo di Wall Street del '29 e la successiva Grande depressione l'America fu colpita da una delle più grandi crisi di tutti i tempi, e i vestiti da lavoro diventarono l'abito simbolo di un paese che si rimboccava le maniche per combattere la povertà. Il jeans si trasformò in un capo d'abbigliamento per il tempo libero indossato da tutti, le persone iniziarono ad utilizzare vestiti casual e l'abbigliamento diventò sempre più informale e meno ordinato.

      

La crisi economica non risparmiò nessuna classe sociale e fu così che ricchi e poveri, alla ricerca di nuovi stimoli e offerte di lavoro, o anche solo per passare le vacanze, non avendo più la possibilità di intraprendere viaggi più costosi oltreoceano, iniziarono a viaggiare verso la California, Il Colorado, il Nevada, il Wyoming e il Montana e lì ad aspettarli c'era il selvaggio West con i suoi Ranch, pieni di cowboy e di pistoleri . Chiaramente stiamo parlando di uno stereotipo ben costruito dal cinema di Hollywood, ma il risultato fu unico ed enorme: tutti volevano indossare i jeans e i giubbotti in denim come i mandriani.
I Dudes, cioè i cittadini come venivano chiamati dai cowboy, tornavano dalle vacanze indossando i capi dello stile western, che divenne nelle strade di New York e Boston una vera e propria moda.





Nel 1931 l'azienda Lee introdusse nel mercato un altro nuovo capo in denim, che fino agli anni Settanta rimase uno dei pezzi più importanti di tutta la storia del brand, la Storm Rider Jacket, ovvero la giacca per coloro che cavalcavano nelle tempeste: chiaramente in tessuto denim ma foderata di lana all'interno e con colletto di velluto a coste.

Il 1934 fu un anno importantissimo in casa Levi's perchè venne finalmente introdotto sul mercato il primo paio di jeans per donne: il 
Lady Levi's 701. Levi's fece una mossa audace riconoscendo la necessità per le donne di indossare pantaloni pratici e robusti molto prima che la maggior parte dei marchi decidesse di riconoscere che le donne avessero due gambe. Fino agli anni Trenta i pantaloni da donna erano ritenuti socialmente inaccettabili per la maggior parte delle situazioni e chi era in cerca di pantaloni denim di lunga durata e praticità doveva accontentarsi di prenderli in prestito dall'armadio maschile. I Lady Levi's erano in stile western, in tessuto più leggero e con vita alta e vestibilità aderente ai fianchi.


La Seconda Guerra Mondiale fu un altro momento importante per la storia dei Jeans, perchè consentì di diffondere in tutto il mondo quello che fino ad allora era stato un capo d'abbigliamento solo americano. 
Lo slogan del periodo era “Do your part!“ e l'intera industria tessile mise a disposizione i propri impianti per la produzione di capi da guerra. I soldati americani sbarcavano nei paesi devastati dal conflitto e le loro divise in denim diventarono il simbolo della libertà, alimentando quello che fu poi definito “the american dream”. Al termine della guerra il jeans americano entra negli armadi degli Europei e si apre così per i tre grandi brand un altro immenso mercato. Tutte e tre le aziende possederanno entro la metà degli anni Sessanta i loro primi stabilimenti europei, tutti nelle Fiandre.



I soldati americani partirono per il fronte mettendo nello zaino i loro ormai irrinunciabili jeans, che avrebbero comodamente indossato nel tempo libero, mentre le donne, che andavano a sostituirli  nelle fabbriche, li indossavano per andare al lavoro, e i ragazzi li portavano nelle aule delle università. 

Nel frattempo nel dopoguerra in America nasce una nuova moda, il Rodeo, e Wrangler ne sarà l'indiscusso protagonista. Ma di cosa stiamo parlando esattamente ? Il Wild West Show era una specie di circo in movimento che inscenava storie avventurose del selvaggio West e i protagonisti erano i cowboy, che si sfidavano in prove di abilità in sella a cavalli e tori. Pensiamo al famosissimo Buffalo Bill's Wild West che arrivò addirittura in Europa. Ad un certo punto il rodeo divenne un vero e proprio sport che continua ad essere fortemente praticato ancora oggi negli stati settentrionali e in quelli rurali dell'ovest. Se tutti e tre i brand cavalcarono la nuova moda, bisogna ammettere che per tutti i protagonisti in gara, allora come oggi, esiste però un solo brand di riferimento: Wrangler. 





Nel dopoguerra i jeans diventano il capo casual più diffuso al mondo. Quando gli americani tornarono in patria, abbandonarono in Europa tonnellate di indumenti che per anni fu possibile acquistare nei mercati dell'usato e fu così che in Italia tutti i giovani poterono procurarsi i loro primi blue jeans.

Con l'arrivo degli anni Cinquanta i jeans diventano l'uniforme dei ribelli, i giovani che combattono il perbenismo della generazione precedente, quella che aveva appena sprofondato il mondo dentro uno dei conflitti più tragici di sempre; i giovani vogliono trasgredire tutte le regole, sociali, culturali e sessuali dei loro genitori. Nascono così i bad boys, i cattivi ragazzi, che invece di cavalcare i cavalli selvaggi del west adesso si procurano le motociclette e viaggiano liberi per le strade del paese; pensiamo ai soldati di ritorno dopo anni di guerra, le loro famiglie li aspettano, sono felici di riabbracciarli, ma loro sono cambiati, hanno subito ferite profonde che le loro mogli e madri non sanno comprendere, così si allontanano da tutti alla guida delle loro Harley Davidson, indossando una giacca di pelle nera e un paio di Levi's 501, proprio come le star di Hollywood nei film di grande successo di quegli anni, tra i quali i mitici Gioventù bruciata e Il Selvaggio.






Questa immagine anticonformista dei jeans portò a proibirli nelle scuole e ciò preoccupava non poco i tre grandi brand del denim che iniziarono a diffondere campagne pubblicitarie mirate a difendere l'immagine dei loro prodotti.

Negli anni Sessanta si assiste alla diffusione contemporanea di due tipi di jeans: da un lato abbiamo i bell bottom, i jeans a zampa di elefante, indossati dai giovani hippie e dall'altro iniziano ad essere molto richiesti gli Skinny, i jeans aderenti lanciati dai divi del cinema come Marilyn Monroe, che disegnano perfettamente le curve, diventando un capo d'abbigliamento sexi. Insomma i jeans, che siano indossati in un modo o in un altro, si opponevano comunque sempre agli abiti della classe sociale borghese, tanto contestata dai giovani di quegli anni, che si ribellavano all' educazione che gli veniva data dai loro genitori, al loro modo di pensare, di vivere, di stare insieme e chiaramente anche di vestire.


libri consigliati: 
- Denim, a love story: quando un tessuto diventa uno stile di vita. Current-Elliot-Walsh. Ed.Rizzoli
- Blue Blooded. Denim hunters and jeans culture. Thomas Stege Bojer. Ed.Gestalten
- Denim, una storia di cotone e di arte. Giulia Rossi. Ed. Fashion illustrate
- Blue de Genes. Piccola storia illustrata del jeans. Remo Guerrini. Ed. De Ferrari
- Jeans. Ugo Volli. Ed.Lupetti&co
- Denim: an American story. David Little. Ed. A Schiffer book