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domenica 7 aprile 2013

Storia della moda nel xx secolo. Lezione 24. LA MAISON DIOR DOPO CHRISTIAN DIOR




Per concludere il nostro lungo racconto sul sorprendente lavoro del Couturier Dior voglio proporvi una raccolta di immagini che ci illustrano gli anni della Maison dopo la sua morte. Come abbiamo già detto, Christian Dior muore nel 1957 e la direzione artistica viene affidata al giovanissimo Yves Saint Laurent. 











Cinque anni dopo YSL lascia l'azienda per fondare l'omonima etichetta e il suo ruolo viene affidato a Marc Bohan che lavorerà con la Maison per ben trent'anni, durante i quali disegnerà la prima collezione prêt-à-porter e lancierà sul mercato il marchio Dior Homme.







 Nel 1989 sarà lo stilista italiano Gianfranco Ferrè a sostituire Bohan.








Verso la fine degli anni '90 sarà lo stravagante stilista britannico John Galliano a ricoprire il ruolo di direttore artistico della Maison Dior, e proprio grazie al suo estro creativo il marchio francese diventerà una delle case di moda più apprezzate al mondo, non solo nel campo della moda, ma anche nel campo cosmetico e della gioielleria.














*Io non sono un'amante del personaggio, voglio essere sincera, però devo ammettere che è stata un'impresa difficile, quasi impossibile, scegliere qualche foto per il post tra le migliaia di immagini degli abiti incredibili di John Galliano che si possono trovare in rete.. per cui se fate una ricerca scoprirete facilmente molto di più, io ve ne do solo un assaggio.








mercoledì 13 febbraio 2013

Storia della moda nel XX Secolo. Lezione 23. CHRISTIAN DIOR quinta parte




Modello Bleu de Perse. Collezione A/I 1955


Nel 1954 Christian Dior rappresentava da solo il 49% delle esportazioni di Couture verso gli Stati Uniti. Per sostenere tutto questo, però era necessario che l'Haute Couture continuasse il suo spettacolo e attirasse l'attenzione, creando ad ogni uscita un clima di attesa cui rispondere con una rappresentazione teatrale adeguata.
Fin dalla prima collezione del 1947 era stato evidente che la novità che più aveva colpito l'immaginario collettivo era stato il repentino allungamento delle gonne, al polpaccio o alla caviglia, negli abiti da giorno: era il segno simbolo del New Look e Dior lo utilizzò nelle stagioni successive per indicarne i mutamenti. I giornali lo seguirono in questo gioco tanto che l'attesa sui centimetri da terra a cui si sarebbe fermato l'orlo divenne l'argomento ricorrente delle cronache di moda dei primi anni Cinquanta. Dior scelse di sviluppare in ogni collezione solo due temi cui venivano attribuiti nomi che riassumevano le caratteristiche fondamentali della silhouette. Le denominazioni scelte avevano lo scopo di suggerire immagini grafiche o dinamiche cui collegare, in modo immediato e diretto, le complesse strutture sartoriali degli abiti.
La rappresentazione teatrale della sfilata era preparata con metodo e seguendo un rituale sempre uguale che vedeva Dior al centro dell'intero progetto. Il mito del couturier creatore trovò in lui la più perfetta personificazione: l'ideazione dipendeva solamente da lui, dal suo gusto, dalla sua capacità evocativa.
La composizione della sfilata dipendeva da diverse variabili, ma soprattutto teneva conto dello spettacolo finale e della sua regia. Ogni collezione comprendeva dai centosettanta ai duecento modelli ed era essenziale che essi colpissero il pubblico nel loro insieme, offrendo un'immagine di armonia complessiva in cui dovevano trovare posto sia i capi più vendibili sia quelli più fastosi e spettacolari, di cui avrebbe più facilmente parlato la stampa. L'evento veniva organizzato nei più piccoli particolari e provato su un pubblico ristretto e amico fino alla sera prima della sua rappresentazione ufficiale.

D'altra parte la sua riuscita era essenziale, perché su questo spettacolo si giocava ogni volta il nome della griffe, che ormai costituiva un affare di dimensioni colossali. Già nel 1950 la produzione Dior rappresentava, da sola, il 50% delle esportazioni della Couture parigina.



Ligne Muguet


Il New Look durò sette anni. Ebbe il suo apogeo nella “Ligne Muguet” per la primavera del 1954 e venne cancellato dalla linea H della stagione successiva. Da un lato il gioco delle variazioni doveva avere dato fondo alle sue possibilità, dall'altro era chiaro che stava per nascere qualcosa di nuovo. 
Poi era accaduto un fatto imprevisto: Chanel era tornata dall'esilio e aveva presentato una collezione rivolta a una donna moderna e occupata in cose più interessanti che inseguire i minimi cambiamenti delle mode. “ La moda è diventata assurda, i couturiers hanno dimenticato che ci sono delle donne dentro ai vestiti.” Le dichiarazioni di Chanel erano polemiche, ma contenevano un fondo di verità di cui Dior prese atto: il New Look era finito, ormai ridotto alle mille cattive copiature delle sarte e dell'industria di confezione. Nelle confezioni successive il nuovo modello diritto venne riproposto in variazioni, Dior non abdicò mai dal suo gusto per assumere quello di altri e continuò a vestire una figura femminile che ostentava le curve del suo corpo, che amava le gonne larghe e i ricami fioriti. La correzione era necessaria, perché l'eccesso di diffusione e la concorrenza di altri stili avevano messo in serio dubbio il New Look, ma l'innovazione era stata creata senza cancellare del tutto quella che ormai era diventata l'immagine Dior. La linea A del 1955 ebbe un successo strepitoso negli stati uniti.




Linea A . 1955

Nel 1957, a dieci anni dalla prima collezione, la fama di Christian Dior era giunta al culmine e la sua azienda era un impero valutato sette miliardi di franchi. Persino il Time gli dedicò una copertina, ed era la prima volta che questo accadeva a un couturier. 
Il 27 Ottobre Dior morì improvvisamente mentre era in vacanza.
Due settimane dopo in una conferenza stampa venne dichiarato che la Maison avrebbe potuto continuare il suo lavoro perché erano state poste le basi affinché tutto potesse proseguire nel senso desiderato dal suo fondatore, anche in sua assenza, perché era stato creato uno stile, un gusto, una tecnica e un' organizzazione che avevano sempre caratterizzato le sue creazioni. Da questo momento l'immagine della Maison sarebbe stata legata al nome di Yves Saint Laurent, che era entrato come assistente allo studio solo il 20 Giugno 1955, ma già nella collezione autunnale di quello stesso anno il maestro aveva inserito un modello del giovanissimo assistente. Infatti la sua collaborazione non durò pochi mesi, come accadeva con la maggior parte dei giovani assistenti, ma al contrario si consolidò con il tempo. Proprio poco prima di morire, Dior aveva detto “ Yves Saint Lauren è giovane ma ha un immenso talento. Nella mia ultima collezione ben 34 modelli saranno suoi, penso che sia il caso di rivelarlo alla stampa, il mio prestigio non ne soffrirà affatto”.
E cosi il 30 Gennaio 1958 presentò la sua prima collezione,concepita su due linee: la prima era costruita sulla figura geometrica del trapezio e sulla purezza della sua costruzione, la seconda riprendeva lo stile Dior, gonfiando le gonne a cupola o a palloncino.

Fu subito un successo.





Yves Saint Lauren

Vi ricordo che il testo dei post su Christian Dior è tratto da:
 Storia della Moda. XVIII-XX secolo, scritto da Erica Morini per Skira editore. 


domenica 27 gennaio 2013

Storia della moda nel XX secolo. Lezione 33.Stars en DIOR

Ecco un libro imperdibile per chi avesse voglia di fare una scorpacciata di splendidi abiti di Dior. In questo volume si celebra il rapporto tra il couturier e le grandi dive del cinema, tra le quali troviamo Marlene Dietrich, Sophia Loren, Grace Kelly, Eva Gardner, Ingrid Bergman, Elizabeth Taylor, Marilyn Monroe. 

Stars en Dior, edito da Rizzoli 


Marlene Dietrich sul set di Hitchcock “Paura in palcoscenico” del 1950

Storia della moda nel xx Secolo. Lezione 22. CHRISTIAN DIOR quarta parte



Richard Avedon

Ci avviciniamo alla fine degli anni ’40 e la Couture parigina sceglie di non seguire più le esigenze della realtà di tutti i giorni. Gli abiti di Dior, soprattutto quelli più scenografici, servivano solo alla vita del ‘bel mondo’ che aveva ripreso le sue attività a pieno ritmo e tornava a chiedere un guardaroba adatto a tutte le occasioni della giornata. “ La donna elegante non andava a teatro o a concerto con lo stesso tailleur che portava al vernissage e ancora meno con il cappello che portava a colazione”.  Questo mondo che era fatto di sovrani in esilio o in carica, divi hollywoodiani, playboy ed ereditiere, armatori, finanzieri e vecchia aristocrazia, cui si aggiungeva un pizzico di intellettuali alla moda, era l’oggetto privilegiato dell’attenzione delle riviste di costume, attraverso cui tutti seguivano feste, vacanze, matrimoni, amori, dolori della giovane principessa, piuttosto che della diva, piuttosto che dell’imperatrice infelice. Dior vestì questo mondo. D’altra parte le caratteristiche costruttive dei suoi capi erano pensate per comunicare proprio l’idea di uno stile di vita lussuoso ed elitario. Erano difficili da indossare, quindi richiedevano la presenza costante di una cameriera che aiutasse la signora ad infilarli e a sfilarli, erano pesanti e ingombranti. “ E’ l’abito più stupefacente che io abbia mai visto, non posso né camminare, né mangiare, né sedermi”. Il bel mondo era desideroso innanzitutto di apparire, non aveva bisogno di agire. Nasceva un nuovo bisogno di ostentare il lusso, era una vita da favola o come dentro un film, che richiedeva costumi adeguati; Dior realizzò i costumi per nove film, sia scegliendo fra gli abiti delle sue collezioni, sia realizzando modelli creati specificamente.

Nel 1947 Dior si recò negli Stati Uniti a ritirare un premio e per promuovere il New Look. Quando dopo due mesi ripartì, tutti avevano sentito parlare di lui e nel giro di poco tempo tutti i più famosi grandi magazzini del paese esposero nelle loro vetrine i suoi abiti e nel frattempo i magazzini della Seventh Avenue cominciarono a vendere gli stessi modelli a pochi dollari: erano fabbricati in rayon e non in seta, erano meno ampi e avevano rifiniture semplificate, ma erano indubbiamente New Look. 

Era evidente che l’America rappresentava per la moda un mercato straordinario, molto diverso e molto più ampio di quello europeo, ed anche assai più ricco. Il pubblico statunitense era apparentemente meno esigente, più attratto dalla possibilità di cambiare che da quella di avere un vestito perfetto. Alla fine degli anni ’40 e ancor più nel decennio successivo, l’America godette degli effetti del boom economico che estese il benessere a strati sociali molto allargati: in questo clima anche l’acquisto di moda attrasse nuove fasce di pubblico, che rappresentavano precise esigenze. Rimanevano sia l’élite della Haute Couture, sia la massa che cercava un prodotto a basso prezzo, ma in mezzo ai due poli si configurava, in modo sempre più evidente, uno strato sociale con esigenze nuove che non voleva rinunciare all’abito confezionato, ma chiedeva qualcosa di più raffinato, ben fatto ed esclusivo. La possibilità che venne offerta al gruppo Dior fu cercare una terza ipotesi, qualcosa che avesse il marchio del couturier ma senza avere i costi e i rituali dell’ Alta Moda, e la risposta fu il pret-à-porter di lusso. Alla ffine del 1947, quando Dior tornò in Francia, il gruppo cominciò a lavorare intorno all’idea di aprire a New York una casa di confezioni di grande classe. La sede fu collocata al 730 Fifth Avenue, all’angolo con la 57esima. La prima collezione, interamente realizzata negli Stati Uniti dallo staff Dior in trasferta, sfilò l’8 novembre 1948.

domenica 18 novembre 2012

Storia della moda nel XX secolo. Lezione 21. CHRISTIAN DIOR, Il NEW LOOK




Arrivò così il 12 Febbraio 1947, l’ultimo giorno delle sfilate parigine della primavera, e con lui il debutto della Maison Dior.
Il “bel mondo” c’era tutto e c’erano anche le giornaliste che contavano. Mancavano solo molti compratori americani che non avevano aspettato l’ultimo giorno delle sfilate ma si erano già imbarcati sul piroscafo per gli Stati Uniti. 
La prima uscita fu il modello Acacia, con il busto aderente, la vita stretta, i fianchi segnati e la gonna lunga fino a metà polpaccio, seguito da una serie di capi con la stessa linea chiamata a “8”, sagomata, seno sottolineato, vita stretta e fianchi accentuati. Poi comparvero i modelli con le gonne larghissime, la silhouette Corolle; danzante, molto sostenuta dalla sottoveste, busto modellato, vita sottile, era la vera novità della collezione.



Modello linea Corolle

In entrambi i casi comparivano le gonne nettamente allungate, le vite marcate, le baschine delle giacche spesso accorciate così da slanciare la silhouette, una moda dalle linee tipicamente femminili.
Dior si era ispirato al secondo Ottocento, reso ancor più aggraziato attraverso un richiamo di gusto al Settecento. L’idea era quella di modellare il corpo della donna enfatizzandone le curve, ricorrendo all’uso di un accessorio ormai da tempo dimenticato, il corsetto. Era proprio attorno a questo indumento che si costruiva il nuovo modello sartoriale. Al busto piccolo e arrotondato faceva contrasto una gonna ampia e lunga, spesso a pieghe sagomate, che si appoggiava sopra una sottogonna rigida. Dior offriva una nuova immagine femminile, recuperando il senso più tradizionale del termine, ma anche un’immagine di lusso, costruita attraverso la qualità dei materiali utilizzati, e di scomodità, di difficoltà di movimento, di abito fatto per apparire più che per agire. 
L’intento di Dior era certamente quello di cancellare la guerra, ripartire da capo proponendo l’esatto contrario di quello che si era dovuto indossare per necessità.

Le spettatrici furono letteralmente rapite dalla novità. I buyer non poterono fare altro che riprendere la nave da cui erano appena scesi, per tornare a Parigi e acquistare i modelli Dior per i magazzini statunitensi.  Anche le dive di Hollywood fornirono un aiuto eccezionale per enfatizzare l’evento. Rita Hayworth indossò il modello Soirée al gala dedicato a Gilda.


Modello Bar 



Completo composto da giacca shantung crema con baschina e collo revers e ampia gonna di tessuto di lana nero a piccole pieghe. Divenne il simbolo della collezione e del nuovo stile: fotografato e disegnato da tutti, pubblicato su tutte le riviste, richiesto da tutte le clienti, ancora oggi è uno degli indumenti più documentati della storia della moda e più presenti nelle collezioni dei musei.








La seconda collezione per l’autunno-inverno, presentata il 6 Agosto 1947, confermò la linea New Look accentuandone le caratteristiche.

La silhouette Corolle si sagoma e si svasa a tulipano. La sua espressione più spinta è l’abito Diorama

I bustini piatti e molto accollati aderiscono al seno ed esplodono in plissé, in rigonfiamenti che amplificano il petto. Ma il dato più rilevante erano la lunghezza e l’ampiezza delle gonne ottenute con incredibili metraggi di tessuto: il modello Diorama aveva una circonferenza all’orlo di quaranta metri. Un lusso scandaloso in un momento in cui molte cose, fra le quali i tessili, continuavano ad essere razionate, in cui l’industria non aveva ancora ripreso a produrre, in cui i disastri della guerra erano sotto gli occhi di tutti. Questo era però un problema che riguardava l’Europa. Gli Stati Uniti stavano vivendo un processo di modernizzazione. Il benessere riconquistato dopo la Grande Depressione si era esteso alla media e piccola borghesia creando un nuovo tipo di consumatore, che poteva comprare ma non aveva il gusto per scegliere, che aveva bisogno di essere guidato. E mentre l’Europa si americanizzava per effetto degli aiuti alleati e dei mezzi di comunicazione più moderni, l’America guardava all’Europa per apprendere la sua cultura, per rubare il suo passato. La capitale francese tornava ad essere un punto di riferimento per gli intellettuali e gli artisti d’oltreoceano. Dior intuì che per l’immaginario collettivo la moda era francese e che solo puntando sulla “francesità” la Couture poteva ritrovare l’antico primato. Il revival che egli propose s’ispirava ai momenti della maggiore felicità inventiva e della massima centralità del gusto parigino, il Secondo Impero e la Bellé Epoque, con un sottile richiamo al Settecento. Era quindi un’operazione culturale quella che veniva promossa: rimettere al centro dell’attenzione internazionale uno stile, una capacità di scelta estetica, un’eleganza di cui la Couture francese si sentiva depositaria.
E se nel Settecento questa eleganza aveva avuto il marchio dell’aristocrazia e nell’Ottocento quello della grande borghesia, ora dichiarava la sua disponibilità a mettersi al servizio della media borghesia, principalmente americana. 
L’America voleva una moda che comunicasse i suoi valori piccolo borghesi, la sua ricchezza, il suo senso della famiglia e della comunità, la sua diffidenza nei confronti di tutto quello che poteva avere un aspetto rivoluzionario o almeno, perturbante. E Dior le offrì l’immagine di una donna fragile, raffinata, priva di fremiti femministi. Una donna che prendeva sul serio la moda, capace di apprezzare la bellezza, che imparava a scegliere e ad avere gusto e non si occupava di cose che non la riguardavano, come la bomba, i problemi dei giovani, la politica. Una donna irreale che assomigliava al ricordo che Dior aveva di sua madre, una signora borghese perbene, ossessionata dalle formalità e dalle apparenze, che corrispondeva ai desideri dell’immaginario maschile. Dior scelse di rappresentare tutto questo, in maniera semplice e diretta. Elimitò dai suoi modelli ogni idea di avanguardia che aveva contraddistinto lo stile degli anni Trenta. Da questo momento l’Alta Moda decise di vivere in una sfera separata e autoreferenziale.


Gonna, cintura, cappello, scarpe, pennacchio e spilloni 
erano gli elementi imprescindibili della nuova moda e illustravano il Point de vue di Vogue francese di ottobre-novembre 1947, in una foto "natura morta" di Clifford Coffin.

" Il canone attuale della bellezza ci precisa la circonferenza esatta: cinquanta centimetri. Una cintura di cuoio sagomata la sottolinea molto strettamente. La gonna si chiude sotto di lei: non più la gonna corta, indiscreta, ma arrotondata, gonfiata, che sfiora le caviglie, imponendo tutta un'arte del gesto affinché nessuno ignori che questa caviglia è perfetta. "


Concludo questa terza parte sulla vita e il lavoro di Christian Dior, ricordandovi che il racconto è tratto dal libro, molto bello e che vi consiglio,  Storia della moda XVIII-XX secolo, autrice Enrica Morini, edito da Skira. Da qui ho tratto anche i testi su Poiret, Chanel e Elsa Schiaparelli.



giovedì 6 settembre 2012

Storia della moda nel XX secolo. Lezione 20. CHRISTIAN DIOR seconda parte


Il primo contatto fra Dior e il più importante cotoniero di Francia non  fu di certo casuale.
Boussac aveva valutato che il momento era propizio per investire nella Haute Couture e i guadagni fatti con il cotone e con la produzione tessile a basto costo gli davano la possibilità di tentare l’impresa di rilanciare la grande sartoria francese. Il suo progetto era quello di creare una maison innovativa nel gusto e nell’aspetto, capace di produrre uno stile diverso, ma in cui lavorare secondo le più raffinate tradizioni dell’artigianato di qualità. Egli riteneva che i mercati stranieri, dopo la lunga stagnazione della moda dovuta alla guerra, reclamano modelli realmente nuovi. Tutto quello che una maison doveva rappresentare era il gusto, la ricercatezza, la perfezione artigianale, il lusso, l’esclusività e l’eleganza. Ma non era più necessario che tutto ciò venisse prodotto da un piccolo atelier capace di rispondere solo a pochi clienti dai gusti raffinati. Una maison di Haute Couture poteva essere il centro propulsore di un modello di raffinatezza da estendere a una società più allargata di quella che aveva frequentato Parigi nei decenni precedenti.
Su queste basi fu così organizzato lìincontro tra Boussac e Dior e il contratto che venne stilato significava la creazione di una nuova griffe: Boussac impegnò nell’impresa sei milioni di franchi e un credito illimitato, da parte sua Dior ebbe uno stipendio, un terzo dei guadagni e, per statuto, l’incarico di direttore della SARL Christian Dior.
Stipulato l’accordo iniziale, l’impostazione dell’impresa passò nelle mani del couturier che cominciò a dare forma al suo progetto, innanzitutto costituendo la squadra con cui lavorare e poi scegliendo la sede adatta per la maison; due scelte delicate e fondamentali, perchè da esse dipendeva la riuscita dell’iniziativa: la prima, perchè era solo sulla professionalità dei collaboratori che poteva fondarsi il suo successo, la seconda, perchè l’edificio scelto e il modo di arredarlo potevano costituire un veicolo attraverso cui comunicare il gusto della moda Dior.
La notizia dell’investimento economico straordinario aveva fatto il giro delle redazioni di tutte le riviste, creando un clima di grande attenzione.
Il più importante quotidiano di moda degli Stati Uniti “Women’s Wear Daily” il 17 novembre 1946 annunciò un’indiscrezione: la prossima apertura della Maison Dior.
Per quanto riguardava la sede, si cominciò a cercare una collocazione che fosse all’interno del perimetro del commercio di lusso, ma anche vicina a un albergo adatto alla clientela cui si stava pensando. Identificata la collocazione, si iniziò ad occuparsi della ristrutturazione degli interni che riprese lo stile Luigi XVI-1900 che ra tanto piaciuto alla borghesia di inizio secolo e che aveva fatto da cornice all’infanzia di Christian Dior nell’appartamento di Parigi: boiseries bianche, mobili laccati, tinte grigie. I lavori iniziarono il 16 dicembre 1946, mentre si preparava già la collezione che doveva sfilare in febbraio, durante la settimana di presentazione della moda della primavera. Metri di tela di cotone bianca assicuravano il segreto dei modelli e proteggevano i tavoli e gli scampoli ammonticchiati da una polvere perennemente in sospensione. Mentre si lavorava alla collezione, procedeva febbrilmente l’attività di promozione in cui vennero coinvolte, a vario titolo, amiche e conoscenti di Dior, che utilizzarono le loro conoscenze, per contattare nel mondo intellettuale e nell’alta società della capitale, quelle che avrebbero potuto essere le future clienti ideali della Maison. Tutta la Parigi ‘che contava’ parlava del nuovo astro nescente e gli amici che Dior aveva accumulato nel corso degli anni nei diversi ambienti che aveva frequentato facevano da cassa di risonanza. Anche le giornaliste delle grandi testate, come Vogue e Harper’s Bazar, contribuirono a creare il clima di attesa.
Ma la straordinarietà dell’impresa che stava per decollare e la possibilità di legarsi ai suoi destini aveva colpito soprattutto la fantasia degli imprenditori, molti dei quali offrirono a Dior il loro contributo. Il primo fu un amico d’infanzia, Serge Heftler Louiche, che propose di costituire insieme una socità per i profumi con il nome della nuova griffe; era ormai un dato assodato che il legame commerciale fra le due ppproduzioni aveva sempre dato risultati positivi. L’idea fu sottoposta a Boussac che diede il proprio assenso, e si cominciò subito a lavorare anche intorno a questa realizzazione. Dior decise di chiamare il nuovo profumo “Miss Dior” e Vacher realizzò l’essenza, che fu presentata al pubblico insieme alla prima collezione. L’anno dopo venne formalizzata la SARL dei profumi Christian Dior. Fu poi la volta di un industriale americano che, dopo aver letto la notizia pubblicata su “Women’s Wear Daily” propose a DIor di utilizzare nelle collezioni le sue calze Prestige in cambio di cinquemila dollari e di pubblicità nei magazzini di moda statunitensi. Si presentò anche un produttore di seta cinese che vendeva shantung: un arrivo quanto mai prezioso in una situazione in cui l’industria tessile francese era ancora sotto gli effetti della guerra. Fu proprio con questo meteriale che venne realizzata la giacca Bar, che divenne il simbolo della collezione.


** Il testo delle lezioni su Dior sono tratti dal libro: Storia della moda XVIII-XX secolo, scritto da Enrica Morini, edizioni Skira. 

martedì 19 giugno 2012

Storia della moda nel XX secolo. Lezione 34.Christian DIOR ...libri

Nel mio ultimo post sulla Storia della Moda ho iniziato a parlarvi di Christian Dior ed ho pensato di segnalarvi subito questo libro, anzi cofanetto da collezione, uscito da non molto, edito da Assouline. Si tratta di tre volumi retrospettivi tematici, ricchi di bellissime immagini, pubblicati in inglese, francese e cinese. Il lavoro di Dior è stato qui diviso in tre argomenti, vestiti, gioielli e profumi e presentato attraverso molto materiale interessante: ci sono le copertine delle riviste, le illustrazioni pubblicitarie, le foto dello stilista al lavoro nel suo atelier  e le bellissime attrici e modelle che hanno indossato i suoi vestiti. Attraverso immagini patinate e inedite viene ripercorsa una storia lunga sessant'anni, un viaggio attraverso la vita di uno dei couturier più importanti di sempre.


Dior Fashion-Fine Jewelry-Perfume.Caroline Bongrand e Jérôme Hanover. 
Edizioni Assouline. 240 pagine € 60.00 





Storia della moda nel XX secolo. Lezione 19. CHRISTIAN DIOR prima parte


Christian Dior nacque  nel 905 in una famiglia borgese: il padre si occupava della fabbrica di concimi di famiglia mentre la madre era figlia di un avvocato. Da bambino visse a Granville, in Normandia, e nel 1911 si trasferirono a Parigi dove Christian iniziò la scuola.  Agli inizi degli anni Venti, Dior era il tipico studente di buona famiglia affascinato da una Parigi prodica di novità. Insieme ad un gruppo di giovani amici passava le serate nei bar frequentati da tutti i personaggi che costruirono l’avanguardia di quegli anni, oppure andava nelle gallerie d’arte dove esponevano gli artisti più innovativi. C’erano  poi i balletti, il teatro, il circo, la musica e il cinema. Dior avrebbe voluto frequentare l’Accademia di Belle Arti, ma l’adorata madre aveva nei confronti del mondo dell’arte una profonda diffidenza piccolo borghese, riteneva l’artista non un lavoro ma una scappatoia e così avviò il figlio alla carriera diplomatica iscrivendolo alla facoltà di Scenze Politiche. Accettando le imposizioni della madre ottenne però il permesso di poter approfondire gli studi di musica e in questo modo nacque l’amicizia con il musicista d’avanguardia Henri Sauguet e conobbe così i compagni che sarebbero stati al suo fianco sempre, gli stessi che l’avrebbero accompagnato lungo tutta la sua carriera, con i quali condivise anche molte imprese.
Fu così che fra il 1928 e il 1929 Christian diventò socio di Jean Bonjean nell’apertura di una galleria d’arte. Purtroppo la fortuna non durò molto. Nel 1930 suo fratello minore dovette essere internato in un ospedale psichiatrico e la madre non riuscì a superare il dolore e morì. La crisi poi travolse gli affari del padre e il fallimento fu inevitabile. Furono anni di miseria, di soffitte e per fortuna di solidarietà da parte degli amici. Nel 1934 si aggiunse la tubercolosi e Christian dovette partire per andare a curarsi al sole del Mediterraneo. Al suo rientro a Parigi la situazione famigliare era molto grave  ed era necessario che anche lui si mettesse a lavorare seriamente per dare una mano al padre ed alla sorella. L’unico settore che ancora resisteva alla crisi era proprio quello della moda e fu lì che si indirizzò. Per un caso fortunato riuscì a vendere uno dei quadri rimasti dalla chiusura della galleria e con il guadagno sistemò i problemi più gravi della sua famiglia e si concesse un periodo di studio, durante il quale imparò a disegnare I figurini. Il suo maestro fu Jean Ozenne, un modellista di successo che lavorava per molte maison de Couture. Ben presto riuscì a vendere i suoi primi disegni, prima alle modisterie poi alle maison, anche le più famose, fino a che Paul Caldagues gli offrì di collaborare regolarmente alla pagina di moda di “Le Figaro”. Nelle sue memorie Dior scrisse: “ A trent’anni stavo per iniziare la mia vera esistenza.”
Su suggerimento di Robert Piguet, che aveva molto apprezzato il suo lavoro, provò a proporre idee originali ed a inventare un suo stile che ben presto iniziò ad incontrare un certo successo e nel 1938 lo stesso Piguet gli propose di entrare nel suo Atelier come modellista e mise in collezione un suo abito. Fu così che venne ufficialmente accolto dal mondo della moda.

Nel Settembre del 1939 scoppiò però la guerra e Dior fu mobilitato nella riserva e occupato a sostituire nel Berry gli agricoltori impegnati al fronte. Al momento dell’armistizio, nel giugno del 1940, la Francia risultò divisa in due ed egli si trovò nella zona non occupata dai tedeschi. Decise di ritirarsi in campagna a casa della sorella. La moda riuscì a riorganizzarsi presto e lui fu contattato da Alice Chavanne, che da Cannes curava le Pages feminines du Figaro,  e gli propose di continuare ad illustrare i suoi articoli come faceva prima del conflitto. Molte case di moda avevavo trasferito le loro attvità sulla Costa Azzurra, lo stesso cinema francese utilizzava gli studi di Nizza, e questo significava per Dior, andando periodicamente a Cannes per lavoro, la possibilità di ritrovare i suoi amici e la vita di un tempo. Per la moda ricominciare a lavorare non fu certo facile,mancavano le materie prime, tutto era razionato e in particolare i tessuti. Le produzioni ripresero ma in quantità molto ridotta rispetto a prima. Un altro grosso problema era la proibizione di fotografare i modelli e di conseguenza la loro pubblicizazione, questo perchè le riviste uscivano con difficoltà in quanto erano impossibilitate a reperire la carta necessaria.

Nel giugno 1941 Dior fu invitato da Piguet a riprendere il suo posto di lavoro, ma le notizie che arrivavano dalla capitale parlavano di difficoltà di ogni genere e lo preoccupavano. Quando in autunno, dopo molte esitazioni, decise di accettare l’offerta,  il suo posto era già stato preso da Antonio del Castillo. La moda però stava riprendendo il suo ritmo e gli venne subito proposto un altro impiego, un ruolo di modista nella maison di Lucien Lelong, a fianco di Pierre Balmain. La clientela non mancava ma era totalmente cambiata rispetto al passato. Scomparse le straniere, solo parzialmente sostituite dale tedesche, erano rimaste solo le francesi, la maggior parte delle quail mogli di commercianti del mercato nero che stavano costruendo enormi e scandalose fortune. Certo il vero problema continuava ad essere la mancanza di materiali, che portò alla sperimentazione di nuovi tessuti, spesso con risultati disastrosi, e alla riduzione dei consumi: le gonne si accorciarono, gli abiti diventarono più piccoli, revers e decorazioni sscomparvero. L’unico elemento che sembrava lanciare una sfida alla miseria e alla infelicità era il cappello, che divenne gonfio e fantasioso. Mentre  i nazisti cercavano di mettere in ginocchio la moda parigina con il razionamento dei materiali, il governo chiedeva alle donne di fare ritorno alle solide radici della famiglia, madri e guardiane del focolare, non potevano distrarsi dai loro sacri doveri con la frivolezza della moda. Oltre a questa triste vita reale, esisteva però anche il cinema e Dior iniziò ad occuparsi dei costumi di scena per film in costume, e si specializzò in modelli romantici e Belle Epoque. Nel 1944 la guerra non era ancora finita e continuavano ancora a mancare cibo, conbustibile e tutto quello che serviva ad una vita normale. Quell’inverno fu anche particolarmente freddo. Nel marzo 1945 De Gaulle tracciò un quadro della situazione francese a sei mesi dalla liberazione e disse che la disoccupazione completa riguardava circa 400.000 lavoratori e la parziale più di 1 milione. Fra tutti questi disoccupati c’erano anche quelli della moda.